venerdì 30 settembre 2011

Hanno insabbiato tutto. Prove di regime a Lampedusa

Da Fortress Europe

un ragazzo al sit in del 21 settembre a Lampedusa prima del pestaggio, foto Alessio Genovese


Sapevate che alcuni agenti della Guardia di Finanza a Lampedusa andavano a caccia dei tunisini indossando maglietta con su scritto “G8 2001, IO C'ERO"? E che tra i poliziotti c'era chi sotto l'uniforme indossava la maglietta con l'aquila nera e la scritta “MERCENARI”? Qualcuno penserà che siano dettagli. Secondo me invece dà la misura di dove siamo arrivati. La frontiera è ormai fuori controllo. Senza legge e senza informazione. Affidata a squadre di picchiatori esaltati. Gli stessi torturatori responsabili del macello di Genova, delle continue morti sospette in carcere e nei commissariati (vedi Cucchi, Uva, Aldrovandi...), e dei sempre più frequenti pestaggi nei centri di identificazione e espulsione (Cie). Anche se poi va detto che nei giorni della reconquista lampedusana gli agenti non erano gli unici a picchiare. Perché con le spranghe in mano c'erano anche gli operatori della "Lampedusa accoglienza". I testimoni però sono pochi. Perché i giornalisti sono stati tenuti alla larga: intimiditi e addirittura malmenati. Tanto le immagini alle redazioni le forniva direttamente la questura. A spiegarci come ha funzionato la censura in quei giorni è di nuovo Alessio Genovese, uno dei pochi fotografi che era sull'isola e che è rimasto insieme ai ragazzi tunisini fino alle violentissime cariche della polizia. Gli abbiamo chiesto di ritornare su quei fatti. La gravità di quanto accaduto lo impone. Quella che segue è la sua testimonianza.

La battaglia di Lampedusa, seconda parte

di Alessio Genovese, fotogiornalista

Lampedusa in questi giorni è stato l'esempio di cosa potrebbe accadere in Italia a breve. Abbiamo visto gli uomini della Guardia di Finanza andare in giro vestiti con delle uniformi piuttosto trendy. C'era la t-shirt con la scritta sulla manica destra "G8 2001, IO C'ERO" e quella con un particolare in più sul retro della maglietta "Mercenari". Ai giornalisti è stato vietato di svolgere correttamente il loro lavoro. Lampedusani e forze dell'ordine hanno evitato che parlassero con i circa 300 tunisini in sit in pacifico nei pressi del paese, minacciando, intimidendo e addirittura picchiando cameraman e fotografi.

Le uniche immagini che sono circolate sono passate per un doppio controllo, prima e dopo i fatti. Gli unici che hanno scattato e filmato tutto sono i poliziotti. La selezione certosina ha eliminato la parte dove si vedevano volti e modi dei picchiatori lampedusani.

Non si sono viste le scene dove c'erano uomini con l'uniforme della "Lampedusa Accoglienza" (la cooperativa che fornisce servizi all'interno del centro di accoglienza di Contrada Imbriacola) che picchiavano con mazze, ferri e pietre i tunisini.

A Lampedusa dopo le cariche del 21 settembre, abbiamo visto partire i tunisini con evidenti segni di percosse e violenze. Li abbiamo visti in fila indiana con due poliziotti che li accompagnavano verso un aereo e poi verso una nave. Nessuno però ha avuto la possibilità di chiedergli come si fossero rotti le gambe o le braccia. Tutto insabbiato, i trasferimenti sono andati avanti e anche i rimpatri. Le irregolarità e gli abusi subiti non avranno seguito.

Le redazioni dei giornali cercavano e volevano soltanto le immagini più cruente: "quelle dove i tunisini hanno caricato i lampedusani", "quella dove c'è il ragazzo con l'accendino in mano che ha tentato di fare esplodere le bombole". Immagini che non potevano esserci perché i fatti sono andati in un altro modo.

Però il compito di un giornalista dovrebbe essere quello di raccontare i fatti, parlare con la gente, andare a vedere con i propri occhi, e restare umani. Soltanto così abbiamo potuto conoscere Mehdi. Uno studente di 19 anni all'ultimo anno di scientifico.

Mehdi si fa largo tra la folla e si avvicina sorridendo e ripete un paio di volte: "choose a number, choose a number". Il giochetto fa così: scegli un numero e moltiplicalo per due. Sommalo al risultato ottenuto e dividi per due, a questo punto sottrai il numero che hai scelto all'inizio e il risultato è la metà del numero che hai scelto.

Mehdi ha un fratello che lavora e vive da anni a Legnano dove vive con la famiglia, la sorella vive da quindici anni a Nizza. Sogna di andare a stare con la sorella e potersi iscrivere alla facoltà di Matematica. E giura che se lo rimpatrieranno in Tunisia tenterà di tornare in Europa altre 100 volte. Questa è la sua battaglia.

Perché forse è vero, forse i tunisini che sbarcano a Lampedusa stanno combattendo una battaglia. Hanno deciso di affrontare il nemico a mani nude, con i loro corpi e a viso scoperto. La loro è una battaglia culturale. Abbattere una definizione, un concetto: l'idea di frontiera così per come la conosciamo noi oggi.

E i Lampedusani non è dai tunisini che si devono difendere. Roma, governo e ministero, redazioni di Tg e di giornali. Sono loro che hanno creato un clima di guerra e di paura nei confronti dell'Altro. Sono loro che hanno creato la frontiera.

Sono loro che hanno fatto di Lampedusa "l'estremo lembo dell'Italia in armi", come recita il monumento ai caduti che sovrasta il porto dell'isola. La frontiera che diventa confino, militarizzata fino ai denti. Campo di prova e di esercitazione per un'altra guerra.

Quella che verrà dopo. Quella che combatterà lo Stato contro noi italiani, i contagiati dall'allergia della primavera araba. Quelli stanchi di vivere senza prospettive per il futuro in un paese mediocre. Quelli che dal Sud vanno al Nord e da lì poi vanno all'Estero. I giovani che restano giovani fino a cinquanta anni e quelli che vivono di stage e volontariato.

Cosa succederebbe se ci lasciassero parlare con i ragazzi tunisini? Cosa accadrebbe se venissimo a capire che le nostre storie sono le loro storie? Perché hanno paura di questo?

E non hanno paura invece del rischio che si innesti una spirale di violenza contro gli italiani in Tunisia? Cosa accadrebbe se anche loro, i tunisini, cominciassero ad odiarci attaccando a vista? Le ditte, le imprese e gli italiani residenti in Tunisia, le centinaia di famiglie di origini siciliane del quartiere della Petit Sicile a la Goulette cosa staranno dicendo ai vicini di casa, colleghi e dipendenti tunisini? 
(Alessio Genovese)

Stato precario

Da Umanità Nova

Il debito? 1900 miliardi di euro di debito. Non è che mi sorprenda, è da quando sono nato che sento parlare del debito italiano Ora  ne ho 40 (di anni) e, loro, gli altri, quelli che detengono il potere, mi chiedono di restituirlo, anzi mi obbligano a restituirlo. Pena il fallimento dello stato.
Continuo a domandarmi perché a me? Perché lo stanno chiedendo a me?
Nel mio oscillare tra disoccupato/precario io da tempo non posso avere accesso al credito. Non ho garanzie, ho buste paga,poche e ridicole. Le vie ufficiali, le banche, le finanziarie, etc, non mi concedono credito. E come me,non lo fanno con quelli come me, che sono tanti, la maggioranza, tanti giovani. Secondo i dati OCSE il 46,7% delle persone tra i 15 e i 24 anni che lavorano ha un impiego temporaneo. Nel 1994 era il 16,7%. Tanti precari ma anche tante complicazioni per accedere al debito se si è precari. Porte tutte chiuse se non hai garanzie e un contratto ballerino non è una garanzia. E allora? Perché mi/ci costringono a pagare un debito a qualcuno (le banche) che, per primo dice, che a me personalmente i soldi a credito non li da?
Dicono per lo stato. Che lo stato, anche visto che a me non lo davano, a contratto un debito a nome mio, per garantirmi i servizi, le pensioni, la cultura, lo studio e gli eserciti. A nome mio?.
Peccato che io continuo a ripetere da anni che le spese militari con i soldi miei non si devono fare.
Che se ho un figlio a scuola, libri matite e carta i genica sono a carico mio, che le scuole sono disastrate. Secondo alcune statistiche  il 57% degli istituti non possiede il certificato di agibilità statica. Altre parlano di 10.000 edifici scolastici non a norma. E io non ricordo negli ultimi tempi grossi investimenti nell’istruzione. Ricordo solo tagli.
Lo stesso discorso vale per le altre voci. Il mercato, il privato, per anni queste figure sono state mitizzate a scapito del pubblico ed ora ne tocchiamo con mano le conseguenze, tranne per le spese militari, quello no, purtroppo. Nel 2010 sono state 23.7 miliardi di euro.
Io, mi dispiace non la vedo la qualità di tutti questi servizi che lo stato mi da e per i quali, dice, di aver contratto debiti. E molti di quelli che vedo io non li ho mai chiesti.
E torno col pensiero al debito, alla montagna di soldi spesi, al mare di soldi che si sono mangiati(a volte rubati), agli sprechi, agli imbrogli, e ai malfunzionamenti che da sempre vedo in questo stato.
Come puoi pretendere di avere da me soldi che per me non hai speso?  A me e a quelli come me, hai già tolto tutto : diritti, lavoro,pensioni,futuro. Come fai i dire che gli hai spesi per me e che ora ri rivuoi?
Una truffa vestita da istituzione o semplicemente un istituzione che si è tolta la maschera.
Quindi, parafrasando un vecchio film direi “come funziona? Che io non te li do e tu non li prendi (i soldi)”.
Fallisci pure tranquillamente stato, non ne farò un dramma ma un opportunità. Ricostruendo dopo di te qualcosa di migliore.

No TAV: il convitato di pietra

Da Umanità Nova

Un lunghissimo applauso apre l’assemblea popolare al Polivalente di Villarfocchiardo. È il saluto dei No Tav a Nina e Marianna, le due donne arrestate alle reti del fortino della Maddalena il 9 settembre. Il giorno precedente il tribunale del riesame ne aveva disposto la scarcerazione, spedendo Nina ai domiciliari e Marianna al confino a Oglianico, il paese del canavesano di cui è originaria.
La Procura aveva chiesto il carcere, nonostante le due ragazze fossero entrambe incensurate ed il reato loro contestato fosse una banale “resistenza”, ovviamente “aggravata” dalla presenza alla manifestazione di altre centinaia di persone.
Il procuratore capo in persona, Giancarlo Caselli, aveva affiancato il PM durante l’udienza per il riesame di Nina. Una presenza silenziosa ma ingombrante, un vero convitato di pietra, per dare un segnale forte. In altri tempi e circostanze Nina e Marianna sarebbero state scarcerate subito. In altri tempi e circostanze oggi sarebbero libere da ogni restrizione.
Ma la partita sulla linea ad alta velocità tra Torino e Lyon si sta facendo di giorno in giorno più pesante. È in ballo un intero sistema, un sistema elaborato e oliato per anni, per garantire agli amici degli amici di destra e sinistra, un bottino sicuro e legale.
Le linee ad alta velocità costruite nel nostro paese sono state l’ossatura del dopo tangentopoli: un sistema raffinato e semplice per dribblare tutti gli ostacoli, senza rischiare che un giudice troppo intraprendente mettesse nei guai l’intera cricca di amiconi. Leggi obiettivo, siti di interesse strategico, general contractor sono stati alcuni degli strumenti adottati per cementare un sistema sicuro di drenaggio di denaro pubblico a fini privatissimi. Un sistema che funziona perché va bene a tutti, per tutti c’è un posticino a tavola.
Un sistema che nessuno può permettersi di far saltare. Un sistema che il movimento contro la Torino Lyon ha reso trasparente, mostrandone i meccanismi, aprendo crepe, costruendo una resistenza popolare alla quale guardano in tanti.
La strategia del governo è chiarissima: celare le ragioni della lotta No Tav, declinando nella categoria dell’ordine pubblico un movimento che non si fa disciplinare a suon di botte e gas.
L’adozione del pugno di ferro ne è la logica conseguenza. In regione il sostegno delle opposizioni alle politiche governative è più che convinto. Anzi! Da mesi i Democratici spingono perché la zona del fortino Maddalena venga dichiarata di interesse strategico e sia gestita dai militari con regole di ingaggio ancora più severe di quelle consentite sinora ai gestori del disordine pubblico.
L’inasprirsi del fronte repressivo mira a fare paura, ad allontanare la gente dalle prime file, a costringere l’opposizione nei canali rassicuranti della lotta testimoniale, dando spazio a chi non chiede di meglio che candidarsi a raccogliere l’eredità di Rifondazione, mettendo insieme l’ennesimo partito di lotta e di governo. Un partito che stia nei movimenti ma entri nelle istituzioni, un partito che faccia da garante per gli antagonisti orfani delle tutele che garantiscono centri sociali e cooperative amiche. L’ennesimo ammortizzatore sociale in salsa sinistra.
Quest’anno la partita potrebbe essere molto più difficile. L’incrudirsi della crisi, che il governo sta facendo pagare ai lavoratori, ai pensionati, agli studenti, ai precari potrebbe innescare un conflitto sociale di dimensioni più ampie, capace di mettere in discussione scelte come i 22 miliardi per la Torino Lyon o una spesa militare che assorbe fette impressionanti del bilancio. Su questa possibilità, anche all’assemblea No Tav di Villarfocchiardo del 23 settembre, puntano in molti. Quella che muta è la declinazione pratica di questa scommessa, che va dalla proposta di partecipare al corteo del 15 ottobre alla scelta di radicare ancora più sul territorio la resistenza.
C’è chi propone una manifestazione di disobbedienza civile collettiva per tagliare le reti del fortino, senza lancio di sassi e petardi, altri preferirebbero un blocco delle vie di comunicazione, altri ancora propongono di moltiplicare le barricate e le azioni sul territorio in occasione del prossimo tentativo di installare il cantiere.
Il momento, inutile nasconderselo, è molto delicato.
Dopo quattro mesi di lotta quotidiana, dopo gli assalti notturni e le passeggiate nei territori vietati, il movimento si interroga sul proprio futuro.
Un interrogarsi che mantiene salda la volontà di cacciare gli occupanti, di tagliare le reti, di rompere l’accerchiamento dei media, di costruire dal basso un percorso di lotta, che sappia coniugare radicalità e radicamento.
Il governo con una strategia dura ma accorta prova a logorarci, a spaventarci, a far emergere la rassegnazione.
Sinora non ci sono riusciti. E non ci riusciranno, se il movimento saprà mantenere i piedi saldamente ancorati a terra, riconoscendo che il patrimonio che il governo più teme, quello che non possiamo permetterci di sperperare, è la capacità di decidere in prima persona, di creare un ambito politico non statale capace di fare oggi, pensando e costruendo il domani.

I cable di Wikileaks rivelano la preoccupazione degli USA verso gli anarchici greci

Tratto da Portaloaca.com e tradotto da NexusCo


1984I cable di wikileaks, fatti trapelare recentemente, dimostrano che il governo degli Stati Uniti, presso la sua ambasciata ad Atene, siano interessati all'evoluzione dell'ideologia anarchica in Grecia. Soprattutto dopo l'attacco con dei razzi contro l'ambasciata yankee nel famoso attacco nel 2007, eseguito dal gruppo "Lotta Rivoluzionaria". Il monitoraggio sistematico dei tumulti del 2008, dopo la morte di un giovane anarchico a causa della polizia, è un'altra preoccupazione costante degli Stati Uniti per via della politica deriva helena.
Secondo Wikileaks, il governo americano ha accusato l'esecutivo di Karamanlis di reprimere i disordini con troppa veemenza; i cable analizzano anche la collaborazione del "santuario" universitario e l'organizzazione anarchica, nel preparare varie sommosse  (perché la polizia non può entrare nelle università), così come la predisposizione greca all'azione diretta o alle rivolte.
E' anche colpa dei media greci che coprono le rivolte del 2008 e le bollano come "irresponsabili", incoraggiando la diffusione delle rivolte oltre al difendere le azioni della polizia, che hanno ucciso il 15enne Alexandros Grigoropoulos.
I cable, prima che il Pasok prendesse il potere, mostravano le preoccupazioni degli Stati Uniti per la perdita di popolarità del presidente Karamanlis e le conseguenze negative che correva per la politica estera degli Stati Uniti (in particolare riferimento alla situazione in Macedonia e ai rapporti con la Turchia ). Si può già vedere la certezza del prossimo cambio di governo così come il radicalizzarsi dell'anarchismo nel paese.

La questione della lotta militante, è la maggiore preoccupazione yankee, soprattutto "Lotta Rivoluzionaria", attiva dal 2003 e apparentemente disgiunta. Sembra che sia gli inglesi che i nordamericani abbiano brindato con le autorità greche per la collaborazione, di quest'ultimi, del tema dell'antiterrorismo: tale collaborazione consiste nel flusso di informazione da ambo le parti. Inglesi e Americani considerano il lavoro della polizia ellena come "soddisfacente", e allo stesso tempo hanno criticato i partiti politici nell'aver ostacolato il lavoro della polizia.
I partiti di sinistra, attraverso i loro giornali, analizzano i vari cable di wikileaks in modo da poterli correlare con i disordini odierni.
Tutti questi cable, controlli polizieschi di vari stati nella societò greca, sono tutti certificati come una forma di controllo tipica della società distopica di Orwell, 1984, e del suo capo ovvero il Grande Fratello. Redatto da C.R. , attraverso le informazioni che si trovano sul cable recentemente pubblicato da Wikileaks.
Qui avete la lista di coloro che parlano di Anarchismo
Nuove informazioni le trovate qui su Anarchistnews.org
Ovviamente i cable sono tutti in lingua inglese

giovedì 29 settembre 2011

La Marcegaglia sposa la truffa delle cartolarizzazioni (col pretesto di Berlusconi)

di Comidad

La strabiliante sopravvivenza politica dell'Insano Vegliardo di Arcore costringe le menti dei commentatori ufficiali ad escogitare le più sofisticate teorie per spiegare l'arcano. Esaurita nei mesi scorsi la menzogna ufficiale secondo cui il potere berlusconiano sarebbe stato basato sul consenso elettorale, ora è necessario attingere maggiormente alle altre mitologie a disposizione.
C'è la fiaba del Berlusconi super-eroe (negativo o positivo, è irrilevante), capace di reggere l'ostilità e l'isolamento a livello nazionale e internazionale, perché tanto è ricco di suo. Nella fiaba infatti la ricchezza di Berlusconi non è relazionata col sistema finanziario, ma è una virtù del tutto individuale, proprio come i super-poteri dei super-eroi, perciò tra i personaggi della fiaba sono costretti a mancare i miliardi di debiti della Fininvest. Se poi Berlusconi ha retto all'assalto dei "poteri forti" interni ed internazionali comprandosi i deputati, come mai quegli stessi "poteri forti" sono tanto deboli da non essere capaci di ricomprarseli?
A supporto della precedente, interviene a questo punto la fiaba del Berlusconi Anticristo, il quale sarebbe capace di prevalere sui bacchettoni travolgendo i sensi di colpa e gli scrupoli morali, di sedurre le vecchiette teledipendenti che vedono in lui il diletto nipote scavezzacollo, ma anche di fascinare e trascinare il popolo delle Partite IVA, che infatti sarà tutto contento dell'ultimo aumento dell'IVA deciso dal governo.
Quando queste fiabe non funzionano più, c'è sempre l'ultima risorsa, quella con cui vai sul sicuro: la colpa è della sinistra. Le colpe possono variare a seconda delle esigenze, perciò a volte la sinistra non ha nulla da proporre, altre volte non sa mettersi d'accordo al suo interno, e poi sono tutti uguali, tutti ladri, perciò tanto vale tenersi Berlusconi. Questo argomento, che parrebbe il più realistico, in effetti ci riporta alla trascendenza pura: se sono tutti uguali, tutti incapaci, tutti corrotti, tutti ladri, tutti litigiosi, allora Berlusconi può essere diventato inamovibile solo per grazia divina.
Potrebbe però anche darsi che la spiegazione del fenomeno Berlusconi si possa trovare in una cosa banale come l'ipocrisia. Berlusconi è spregevole, ma fa tanto più comodo ai cosiddetti "alleati occidentali" proprio in quanto spregevole. Per il suo ruolo economico e la sua posizione geografica, l'Italia ha un potere contrattuale oggettivo, ma il clown è inattendibile come controparte, perciò anche quel potere contrattuale si può aggirare.
Per la NATO ed il Fondo Monetario Internazionale, oggi l'Italia non è più un complice e neppure un suddito, è un territorio annesso di cui disporre a piacimento. Per questo motivo Obama può usare le basi militari sul territorio italiano per aggredire la Libia, ma poi non cita l'Italia tra gli alleati, e ciò per far intendere a tutti che le aziende italiane non parteciperanno alla spartizione del bottino coloniale. Anche l'Italia, come la Grecia, potrebbe entrare da un momento all'altro sotto la diretta tutela del FMI. Se, nonostante le dimensioni della sua economia, l'Italia può essere assimilata dalla propaganda mediatica a piccole entità come la Grecia o il Portogallo, ciò accade grazie a Berlusconi, che rende credibile ogni emergenza, anzi è un'emergenza vivente, l'icona della catastrofe antropologica.
Sono tempi difficili, ed è proprio in questi momenti che si sente il bisogno di un punto di riferimento attendibile. E’ proprio in questi momenti che le straordinarie intuizioni di Pier Luigi Celli ci vengono in soccorso. Celli, direttore generale della prestigiosissima università privata Luiss (quella di Luca Cordero di Montezemolo o dell’ex ministro della Difesa Martino, per intenderci) ci informa, in una recente intervista concessa all’Espresso, che i nostri guai sono “…conseguenza di una nazione che non ha avuto una solida borghesia, che non ha affrontato una vera rivoluzione industriale, e dunque ha spinto gli italiani ad arrangiarsi…”. Una tesi davvero scomoda e che sconcerta per la sua originalità; ma Pier Luigi Celli, già autore dell’indimenticabile saggio “Comandare è fottere”, ci dà altre preziose indicazioni: “In Italia…purtroppo, i primi a trovare lavoro, attualmente sono i mediocri.” Ovvio, se no come diavolo avrebbe fatto a trovare lavoro uno come Pier Luigi Celli?
Ma il punto vero è l'interessata ipocrisia di questa retorica del merito, che consente di usare le magagne altrui come alibi per mascherare e spacciare le magagne proprie come coraggiose denunce. L'ipocrisia non è quindi un'esclusiva dei poteri sovranazionali, ed infatti anche Confindustria ha condotto in questi giorni una sorta di pronunciamento antiberlusconiano, denunciando l'immobilismo del governo ed invocando misure per la "crescita". Tutti ad applaudire Emma Marcegaglia, perché effettivamente la degenerazione del pagliaccio è tale che come si fa a non plaudire a chi lo fustiga?
Grazie alla nebbia fumogena della plateale abiezione berlusconiana, non ci si accorge che il "manifesto per salvare l'Italia" lanciato dal presidente di Confindustria, non contiene affatto provvedimenti atti a rilanciare produzione e consumi, semmai è un mix delle solite privatizzazioni e delle solite bolle finanziarie, da alimentare attraverso quelle che vengono chiamate "cartolarizzazioni".[1]
Questa truffa finanziaria in inglese viene chiamata suggestivamente "securitization", per suggerire un'idea di sicurezza. Gli Italiani sono più diffidenti, e quindi si è escogitato questo termine spiazzante di "cartolarizzazione", che ricorda le cartolerie ed evoca immagini festose di bimbi che vanno alle elementari e di mamme premurose che gli comprano le matite colorate.
In cosa consiste questa cartolarizzazione? Lo Stato o un Ente locale decidono di privatizzare un immobile pubblico, ma ovviamente non c'è nessun privato che voglia veramente tirare fuori i soldi per comprarlo. Allora che si fa? Lo si dà ai privati gratis? Spesso si fa così, ma perché limitarsi ad una truffa sola, quando invece se ne possono fare due?
La cartolarizzazione è infatti una privatizzazione, cioè un furto, però con una frode finanziaria annessa. I beni immobili pubblici vengono trasferiti a società finanziarie private, create appositamente dalle banche; queste società dovrebbero pagare poi quei beni attraverso la vendita di titoli. Figuriamoci. Quindi il cittadino può essere derubato due volte: come contribuente a cui viene sottratta una parte del pubblico patrimonio, e come risparmiatore a cui si spaccia la solita finanza tossica.[2]
La prima legge sulle cartolarizzazioni fu promulgata in Italia nel 1999 dal governo D'Alema, e ricalcava passo per passo le istruzioni del FMI. Che proprio la cartolarizzazione sia alla base dell'attuale crisi finanziaria e della conseguente depressione economica, costituisce un dettaglio che alla Marcegaglia non interessa. O forse l'interesse c'è, ed è proprio la distrazione causata dalla depravazione berlusconiana ad impedire di vederlo?[3]
Pare dunque di capire che oggi anche Confindustria abbia poco a che fare con l'industria, anzi che si sia riciclata come agente provocatore delle banche, le quali usano l'emergenza della crisi e l'emergenza del berlusconismo come pretesti e coperture, in modo da continuare ad imporre sempre le medesime tecniche di frode finanziaria istituzionalizzata.


Note

[1] http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/23/crisi-marcegaglia-manifesto-per-salvare-litalia/159541/
[2] http://www.daedala.it/index.php?option=com_content&view=article&id=58&Itemid=57
[3] http://www.consulenzafinanziaria.net/legislazione/L.%20130%20cartolarizzazione%20crediti.htm

Quite riot please...

Da Umanità Nova

Dimostrare senza disturbare

Mi sedetti dalla parte del torto perchè tutti gli altri posti erano occupati.
(B. Brecht)

Uno dei tanti paradossi del presente in cui siamo immersi è la distonia tra le parole delle opposizioni politiche che sembrano invocare la rivolta contro il governo e il loro parallelo, indefesso, impegno a scongiurarne l’effettiva attuazione.
Da un lato, nel dibattito parlamentare, si evocano le barricate, mentre dall’altro si precipita nella preoccupazione e nella dissociazione politica se per caso qualcuno prende sul serio tale invito.
Sui giornali di certa sinistra si parla volentieri e persino si teorizza tale guerriglia semantica, così come c’è chi immagina una rivoluzione simbolica; ma l’effetto è comunque grottesco e, a perdere complessivamente, di credibilità è l’intera opposizione sociale.
Recentemente il leader movimentista di “Sinistra e Libertà”, Vendola, ha affermato:
“Se la politica non mette in campo un’alternativa ci saranno processi di insubordinazione figli di una società della precarietà e della disperazione. Il nostro compito oggi è organizzare una grande ribellione democratica. Senza questa, si rischia un diffuso ribellismo”.
In altre parole, per la sinistra riformista il problema non è tanto quella di un’insufficiente e scarsamente incisiva lotta al governo che dice di avversare, ma piuttosto il rischio che anche in Italia la piazza possa incendiarsi, fuori da ogni controllo e quindi perdendo la possibilità di rappresentare elettoralmente quei settori popolari e di classe che hanno mille buone ragioni per insorgere contro uno stato di cose da tempo ben oltre il sopportabile.
Questa eventualità, sembra quasi atterrire quei partiti che sono vissuti di rendita con l’antiberlusconismo, candidandosi a governare “sul serio” imponendo domani a tutti rigore, sacrifici, legalità ad ogni costo.
Da anni, questa sinistra -che non vuole neppure essere ritenuta tale- va dicendo che viviamo sotto un regime di destra, capeggiato da un piccolo dittatore folle, con il rischio di tornare al fascismo, ma appena qualcuno (operaio, lavoratrice, precario, studente, immigrato, senza reddito...) prende atto collettivamente di questa situazione, cercando di mettere in atto forme di resistenza attiva o di sindacalismo non-mediato è puntualmente giudicato e isolato come un potenziale terrorista.
Immancabilmente, qualche dirigente o qualche opinionista, magari ricordando il ‘68, avverte premurosamente che non è più il tempo. Allora i padroni erano i padroni e gli sfruttati giustamente si ribellavano contro i loro sfruttatori... ma oggi il mondo è diverso (!?).
E, soprattutto, se si vuole ottenere qualcosa, bisogna iniziare a cambiare noi stessi, senza violenze inutili e utopie velleitarie.Quindi, si può andare a votare, raccogliere firme per qualche referendum, manifestare civilmente e scioperare secondo le modalità stabilite dalla legge. Tutt’al più un po’ di teatro disobbediente. Anche in Valsusa, avranno le loro buone ragioni, ma con i loro metodi illegali si mettono dalla parte del torto... facendo il gioco delle destre.
D’altra parte, persino un ex-comunista combattente dei mitici anni di piombo, il latitante Cesare Battisti ha di recente, con immutata arroganza ideologica, che  “Se fossi oggi un rivoluzionario, sarei un idiota”.
 Appunto.

Siria: continuano le mobilitazioni

Da Umanità Nova

Anche lo scorso Venerdì (23 Settembre), come oramai da sette mesi, vi sono state varie proteste in Siria. In sempre maggiori località oramai si può parlare di una cadenza giornaliera nelle mobilitazioni contro il regime del partito Baath di Bashar Al Assad. In particolare Homs, terza città del paese, si conferma come la città roccaforte della protesta. Continua la repressione violenta da parte dell’esercito e delle forze fedeli al regime e la conta delle vittime è oramai giornaliera. Per diverse fonti, tra cui l’ONU e l’ong Avaaz, sarebbe morti tra le 2000 e le 5000 persone e il mese scorso, durante il Ramadam, le atrocità avrebbero raggiunto il loro massimo. Numerose, inoltre, le sparizioni a seguito di arresti e retate governative.
Da una parte aumentano le minacce di una discesa in una guerra civili tra oppositori e sostenitori del regime, su linee settarie e di marcatura religiosa: sunniti, da un lato, e dall’altro la comunità degli alawuiti, circa il 20 per cento della popolazione, a cui apparterebbe lo stesso Assad.
Dall’altra parte lo scorso 15 Settembre, a Istanbul, è stata annunciata però la formazione di un Consiglio Nazionale Siriano (CNS) espressione, a sua detta, dell’intera opposizione al governo all’interno e all’estero del Paese con lo scopo di “assicurare un periodo transitorio entro un anno attraverso una rivoluzione pacifica senza interventi esterni”. Certo che l’esigenza di un organo unitario è avvertita anche da network di attivisti, come i Comitati di coordinamento locali, che hanno invitato a collaborare al neonato Consiglio.
Sul piano internazionale si paventa invece da parte dell’Europa e diversi altri Paesi un round di sanzione economiche contro il regime di Assad.

Fonti:
http://www.nena-news.com/?p=12981

Fate ridere! Italia No Tav? E allora scaviamo dalla Francia

Da NoTav.info
  
altIn Italia ci sono problemi con i no tav? Bene… si parte dalla Francia. Questa la geniale trovata del ministro delle infrastrutture Altero Matteoli all’incontro tenutosi ieri con il suo omologo francese Mariani. Dopo il tunnel per neutrini più economico del mondo della Gelmini arriva l’aggiaramento delle Alpi di Matteoli. Dichiara poi il ministro che l’Italia “farà l’impossibile per garantire un avvio parallelo dello scavo del tunnel di base”. A seguire poi arriva la rassicurazione per cui da questo nuovo “patto” stipulato con la Francia l’Italia risparmierebbe oltre 300 mil. di euro. Rassicurazione smentita in anticipo dall’ing. Cavargna in assemblea no tav venerdì 23 per cui questa variazione di costi è dovuta solamente allo spostamento sul lato italiano del confine tratta internazionale.
Per chiudere poi arriva la perla, la divisione per tratte funzionali del progetto in lotti da 800 mil. di euro l’uno. Ecco qui il favore alle cosche, pronte oggi a sorridere a questa divisione che come precedente omologa ha la tristemente famosa Salerno Reggio Calabria. Lotti funzionali solamente a chi su quest’opera vuole riempiere le casse dei suoi partiti e associazioni mafiose. Unica variabile non impazzita ma certa al giochino del ministro il movimento no tav che ad oggi ha di fatto impedito l’apertura dei cantieri e questo immane furto di denaro pubblico.
Teniamo presente che secondo l’accordo l’Italia pagherà il 57% del totale anche se la tratta di competenza italica incide per il 30%…
LA SCENETTA DI VIRANO In occasione del presunto rinnovo dell’accordo italia-francia in cantiere oggi martedì 27 a Parigi è sceso in campo anche il commissario straordinario per la Torino Lione Mario Virano. Bellamente il commissario ha scorrazzato attraverso il fortino di Chiomonte seguito dalle telecamere e per dimostrare che il cantiere è in attività si è fatto seguire sullo sfondo da una ruspa accesa per l’occasione e che ha fornito il giusto sipario mediatico per il caro venditore di fumo. Gli operai ormai latitano da Chiomonte da settimane e le uniche opere costruite sono le reti e il filo spinato a difesa della casrma-presidio delle ff.oo. Sicuramente questa sera tgr piemonte e media mainstream potranno continuare la narrazione del bel cantiere che non c’è. A chi guarda è però dato sapere che queste manovre non sono una guerra privata tra valsusini no tav da un lato e polizia dall’altro. A  Chiomonte oggi si gioca una partita da oltre 22mld di euro di soldi pubblici e il solo apparato di difesa delle reti costa 90000 euro al giorno.

mercoledì 28 settembre 2011

Il nostro complotto di Zo D'Axa

da L'Endehors, n. 65 del 31 luglio 1892
La Borsa, il Palazzo di Giustizia e la Camera dei deputati sono edifici di cui molto si è dibattuto in questi giorni: queste tre case pubbliche sono state minacciate in particolare da tre giovani che per fortuna sono stati arrestati in tempo.
È impossibile nascondere alcunché ai signori giornalisti, i quali hanno svelato la triplice cospirazione ed i loro confratelli della prefettura hanno immediatamente fermato i cospiratori.
Ancora una volta gli uomini della stampa e della polizia hanno meritato il plauso di quella parte di popolazione che non riesce ad apprezzare il pittoresco fascino dei palazzi in rovina e la singolare bellezza dei crolli.
Il pubblico non lesinerà le azioni di grazia a tutte le oche dei suoi campidogli.
I servigi resi verranno riconosciuti anche in moneta sonante. Bisogna incoraggiare le virtù civiche. I fondi segreti balleranno e il dono sarà portato dai salvatori della società.
Tanto meglio! Considerato com'è edificante constatare che, se fra i nostri nemici vi è un esiguo numero di sfruttatori astuti, la maggior parte è composta da imbecilli che spostano i limiti dell’ingenuità indietro fino all’orizzonte.
Come hanno potuto credere, quei disgraziati, che gli anarchici pensassero di far saltare il parlamento proprio in questo momento?
Mentre i deputati sono in vacanza!
Bisogna essere proprio a terra per supporre che i rivoluzionari possano scegliere un momento simile.
Non foss'altro che per cortesia, si aspetterebbe il rientro.
Ciononostante l’altra mattina i bottegai di Parigi, nel sistemare le vetrine, con il loro robusto buon senso si son detti:
— Non c’è il minimo errore, vogliono scalzare le basi dei nostri monumenti secolari, siamo di fronte a un nuovo complotto.
Suvvia, suvvia, prodi bottegai! vagate nei territori dell’assurdo. Pensate un attimo che la cospirazione di cui parlate non è nuova; se si tratta di radere al suolo gli edifici tarlati della società che odiamo, è da tanto che se ne parla.
È il nostro complotto di sempre.
E il tempio della Borsa dove i fedeli cattolici così come i ferventi ebrei si danno appuntamento per i riti e i trucchi del loro piccolo commercio, il tempio della Borsa deve in effetti sparire — e al più presto.
I maneggiatori di denaro saranno a loro volta maneggiati dalla pesante carezza delle pietre che crollano.
Allora non si giocherà più in borsa, non si assesteranno più quegli abili colpi che fruttano milioni a società anonime la cui ragione d’essere consiste nello speculare sul grano e nell'organizzare carestie.
I borsisti e i mediatori, tutti i banchieri — i preti dell’Oro, dormiranno il loro ultimo sonno sotto le macerie del loro tempio.
Solo in un simile atteggiamento di riposo apprezzeremo gli uomini della finanza.
Quanto ai magistrati, è risaputo, non sono mai così belli come quando camminano verso la morte.
È un vero piacere vederli.
La storia brulica di lampi pungenti in onore di procuratori e giudici che il popolo, a tratti, ha fatto precipitare nei tormenti. Quegli uomini, bisogna ammetterlo, hanno l’agonia decorativa.
E che superbo spettacolo sarebbe: un gran trambusto in tribunale! Quesnay intralciato da una colonna che gli ha spezzato le vertebre, mentre si sforza di avere l’aria di un Beauripaire colpito alle Crociate; Cabat, che in un ultimo rantolo cita ancora Balzac; e Anquetil, accanto all’esile Croupi, mentre grida:
— Niente è perduto… ci pieghiamo sotto le nostre posizioni!
La scena avrebbe una tale grandezza che le anime pie quali noi siamo piangerebbero sinceramente i vinti. Non vorremmo più ricordare l’ignominia delle toghe rosse — macchiate dal sangue dei poveri; dimenticheremmo che la magistratura è stata vile e crudele.
Sarebbe l’ineffabile perdono.
E se lo stesso Atthalin, questo specialista dei processi tendenziosi, se Atthalin — col cranio leggermente incrinato, chiedesse di essere portato in una casa di cura, si acconsentirebbe galantemente al desiderio del malato.
Gli si darebbe una rinfrescata senza rancore.
In verità, non è indispensabile sentirsi anarchici per essere sedotti dal complesso delle prossime demolizioni.
Tutti coloro che la società flagella nell’intimità del loro essere desiderano d'istinto penetranti rivincite.
Mille istituzioni del vecchio mondo sono marchiate da un segno fatale.
Gli affiliati del complotto non hanno bisogno di sperare in lontani futuri migliori, conoscono un modo sicuro per cogliere la gioia fin da subito:
Distruggere appassionatamente!

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Riflessioni sulla post-modernità

Tratto da Reflexiones desde Anarres e tradotto da NexusCo

Questo concetto della postmodernità, e probabilmente perché sono un grande ignorante, mi porta a pensare parecchio. Siamo d'accordo in molte delle ipotesi che parlano di un epoca postmoderna, dei grandi cambiamenti sociali, politici ed economici che si sono verificati negli ultimi decenni (la globalizzazione del capitale, l'aumento progressivo della società dei consumi, il potere dei media etc), e che questo ha portato a mettere in discussione i modelli organizzativi (anche se alcuni sono messi in discussioni da molto più tempo). Tutto ciò ha portato termine a tutte le incertezze sopra il mondo, sopra l'interpretazione di esso e il ruolo che adottiamo, il che va bene e, come ho detto in un'altra occasione, aiuta a un'interpretazione antiautoritaria (parliamo di anarchismo, postmoderno o meno). Il postmodernismo ha a che fare con un differenza sostanziale con la modernità, presumibilmente segnata da grandi verità (cioè, dicono i pensatori postmoderni, dall'assolutismo). Il postmodernismo suppone una logica culturale, un modo di interpretare il mondo e la realtà. Ci sono una serie di concetti che sono posti in discussione dal post-modernismo: l'idea della realtà, la verità, la nozione del tempo, la fiducia nel progresso e l'idea stessa del soggetto che ha comportato alla modernità.

Il progetto della modernità, sviluppato intorno al programma dei Lumi,  metteva in discussione le idee religiose ed era per l'adozione di un mondo razionale e umanistica. Purtroppo, la modernità non si concretizzò, anzi venne rifatto molte volte precedenti, e quindi dobbiamo lavorare per recuperare quel senso di progetto mai completato. La persecuzione degli ideali di libertà, eguaglianza e fraternità devono essere pienamente in vigore, anche se ci sono, d'altra parte, naturalmente, alcuni fondamenti filosofici che devono essere aggiornati e legarsi alla modernità (e, ovviamente, hanno a che fare con il rilascio di tutti gli autoritarismi presenti in quel progetto). In questa linea, i postmoderni credono che la modernità sia destinata a cambiare una verità per un'altra, la totalitaria visione monoteista per una visione glibale di una natura comprensibile e con significato per l'essere umano: una sorta di secolarizzazione dell'idea di Dio. Così, l'assenza di una interpretazione definitiva della realtà, perché non può essere visto come un insieme articolato o come un qualcosa di stabile e coerente, non ci può essere imposizione di un punto di vista su un altro. Sarebbe una caricatura nel dire che i postmodernisti sono antirealisti, che negano l'esistenza di qualsiasi realtà. Secondo il mio modo di vedere le cose, le correnti valide del postmodernismo come lo scetticismo, l'utilitarismo e il pragmatismo, non sono una verità superiore ad un altro, ma delle interpretazioni più o meno utili o adatte a una realtà concreta.

La modernità concretizzò la fiducia nella ragione e nel progresso, e mise la possibilità che erano gli uomini stessi a dirigere il proprio destino. Per cominciare, non si può negare la validità di tale progetto da parte (almeno sulla carta) della subordinazione dell'uomo ai disegni divini. Siamo in grado di criticare, appunto, che era una nuova subordinazione, in cui il ruolo di Dio viene occupato da un'altra cosa; ma dal momento che [viene fatta] la critica, non può che dare maggiore orizzonte alla ragione e rafforzare ulteriormente i valori antiautoritari. La critica alla nozione del progresso, strettamente legata alla predazione capitalista, viene fatta non per esaltare l'inerzia o l'involuzione (ritornare dove?), ma  per instaurare nuovi paradigmi di crescita economica (e di tutti i tipi). D'altra parte, un altro punto di forza del post-modernismo è la sua critica all'idea del soggetto, aperta dalla modernità; il soggetto di cui si parla è colui/colei che si posiziona al centro del contesto culturale, come un maestro della natura guidato dalla ragione. L'identità di questo soggetto potente moderno, emerso dalla sua natura interiore, si contrappone alla visione postmoderna in cui il soggetto è contrassegnato da alcune strutture profonde che disconosce (come il linguaggio o l'inconscio). Sembra una cosa seria, e vale a dire che noi non controlliamo tutto quello che diciamo o scriviamo (parlando di questo blog e di me stesso, sicuro che i postmodernisti abbiano ragione).

Ciò che è importante, almeno dal punto di vista filosofico (il termine scientifico lo mettiamo tra virgolette), è che i postmodernisti considerano il soggetto come un'entità frammentata, senza identità fissa o sostanza, che non fa altro che identificarsi con alcuni aspetti della realtà. La critica principale è verso il riconoscimento dell'identità individuale, che coinvolge anche i codici di condotta e di una assegnazione di un ruolo nel mondo e nella storia. I due grandi progetti dalla modernità sono il liberalismo e il socialismo (spesso mi ripeto che l'anarchismo è la sintesi dei due, quindi mi assumo la piena responsabilità di tale affermazione), che sono il prodotto delle idee della realtà, del tempo e del soggetto e che sono messi in discussione dai postmoderni. Pertanto, per i postmoderni non possono esistere modelli politici chiusi e progettati in anticipo, qualcosa inerente all'anarchismo come la intendiamo oggi (non so se siamo postmoderno o cosa). Dicono che i postmodernisti non hanno alcuna ambizione di cambiamento globale, non hanno un intento totalizzante, e offrono più spazio per il pensiero anti-autoritario.
Beh, penso che è bello fare una cosa simile, ma sempre con l'intenzione di costruire realtà alternative (la teoria viene prima dell'azione). Non con l'intenzione di fornire un'idea per una realtà chiusa, ma di non essere semplicemente vicino al cinismo, ma per una riflessione che è utile in pratiche anti-autoritarie (senza le grandi verità di imporre a un altro il proprio pensiero). L'ideologia (costruzione del mondo) e l'ironia (decostruzione) sono sicuramente altrettanto necessarie, in costante tensione antiautoritaria (o, cominciamo a dirlo in maniera più semplice: libertaria). Tuttavia, nonostante questo accordo non ci sono verità ultime, e rimaniamo fiduciosi nella conoscenza e nella ragione, senza confonderli l'uno con l'altro.

La nave-cie Moby Vincent trasferita a Agrigento

da Fortress Europe

Ieri sera la nave Moby Vincent e' salpata dal porto di Palermo ed e' sbarcata a Porto Empedocle, Agrigento, con un centinaio di tunisini ancora illegalmente reclusi a bordo. L' altra nave cie invece, l'Audacia, si trova sempre ormeggiata nel porto di Palermo, vicino all'area di Fincantieri, con a bordo una cinquantina di ragazzi tunisini che nelle prossime ore saranno espulsi sui voli charter che dalla scorsa settimana hanno gia' riportato in Tunisia 841 persone. Gli ultimi 100 sono stati espulsi ieri su un volo della Mistral Air e uno della Dubrovnik Air.
Ancora non e' chiaro se i cento tunisini trasferiti a Porto Empedocle saranno smistati nei Cie, dove con le ultim fughe si sono liberati molti posti, o se invece la Moby Vincent funzionera' da Cie galleggiante a tutti gli effetti nei prossimi mesi, almeno fino alla fine di dicembre, quando scade il contratto d'affitto con il Ministero dell'Interno.
Con la dichiarazione di Lampedusa come porto non sicuro infatti, se ci saranno salvataggi in mare nelle prossime ore, i naufraghi saranno trasferiti proprio a Porto Empedocle, come gia' accaduto la settimana scorsa con i primi - e finora unici - 75 tunisini arrivati dopo la rivolta di Lampedusa. Staremo a vedere. Certo e' che l'esposto presentato alla magistratura di Palermo contro i Cie galleggianti si puo' replicare in qualsiasi momento anche presso la Procura di Agrigento.
Per quanto riguarda la terza nave Cie invece, la Moby Fantasy, si trova al porto di Cagliari dove nei giorni scorsi ha scaricato 221 tunisini in queste ore reclusi illegalmente nel centro di prima accoglienza di Cagliari Elmas.

Il Postneoliberismo

Tratto da Periodico El Libertario e tradotto da NexusCo


di Humberto Decarli
Il termine post-neoliberismo è utilizzato negli spazi della sinistra intellettuale. Questa è una definizione nel sostituire il modello neoliberale, che ha fallito in molti paesi e richiede un sostituto per salvare il salvabile dalla performance della mano invisibile del mercato. È descritto come uno schema in cui è rispettata la proprietà privata, ma c'è un maggiore coinvolgimento dello Stato nel cuore dell'economia di una nazione.          

Gli esempi più evidenti di questa tendenza sarebbero situati sul treppiede Cina-Vietnam-Cuba, e sono incluse certe esperienze in America Latina, dove coesistono queste espressioni di capitalismo privato o di Stato. Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua sono i paradigmi di questo approccio.

E' cosa certa che il sistema neoliberale ha fallito, come dimostrano i casi di Stati Uniti ed Europa dopo la crisi finanziaria degli ultimi anni. Gli americani stanno per cadere completamente nell'abisso del debito e il vecchio continente è fragile, come dimostrano molte delle sue economie: Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia.
L'esperienze effettuate anche in America Latina, confermarono che si andava verso un debito impossibile da pagare: la crisi del debito estero in Messico, nell'anno 1982, non venne pagato perchè, secondo le parole dell'allora ministro Silva Herzog, era impossibile pagare. Gli organismi multilaterali assunsero il controllo di questa economia, mediante l'applicazione di una ricetta a base di stabilità dei dati macroeconomici sopra ogni altra considerazione.

E' possibile vedere il Venezuela come un tirocinante del percorso post-neoliberalista e possiamo vedere come la sua direzione indica chiaramente ad un capitalismo di Stato, data la sua finta solidità finanziaria-politica attraverso i proventi del petrolio. Nei settori dei servizi, le multinazionali sono ancora presenti, come dimostrano le attività energetiche in cui sono partner, e le telecomunicazioni, banche e assicurazioni. L'economia sociale non supera il tre per cento del prodotto interno lordo che rivela la natura del capitalismo nella creazione di beni e servizi nel paese.

Se valutiamo gli esempi dei regimi neostalinisti contemporanei, il trio dei paesi citati sopra, possiamo concludere facilmente l'esistenza di una semi-schiavitù, in quanto i lavoratori non hanno i minimi diritti sociali, vi è un elevato ritorno della gestione statale e vi è  la mancanza della partecipazione del popolo.

Gli eventi precedenti non sono segni di cambiamento strutturale, ma di accorgimenti delle linee guida dei centri mondiali del potere, fatte da parte dei governi di una sedicente sinistra, la cui attività viene visualizzata in conformità con gli interessi progettati nel Sinedrio dominante e sotto il rituale dello spettacolo.

Ed ecco che i capi del potere di questi regimi neostalinisti nascondono con i fumi dalle forme apparenti le relazioni sociali, economiche e il loro stesso potere agli occhi della globalizzazione dell'economia.

Essi simboleggiano l'elaborazione delle linee tracciate, come nel caso dell'attuale riduzione in schiavitù del paese per l'industria del petrolio, in concomitanza alla riduzione del settore industriale e dell'ambito primario dell'economia.
Le realtà sono al di sopra di questi occultamenti e razionalizzazioni usate dai mezzi di comunicazione.

Casino sugli aerei, e alcune considerazioni

da Macerie

Ieri la Questura di Torino aveva organizzato ben quattro espulsioni: un uomo e una donna in Marocco, un uomo e una donna in Perú. Nei programmi delle guardie c’era sicuramente una bella trasferta all’estero, tranquilla e ben pagata. E invece le cose sono andate un po’ diversamente grazie alla determinazione dei deportandi, in particolare dei due ragazzi che hanno fatto di tutto per non tornare al loro paese. Putroppo soltanto uno di loro ce l’ha fatta, ma siamo sicuri che la loro storia servirà da esempio per tanti. Entrambi non avevano potuto partecipare alla sommossa dell’altra sera, perché rinchiusi nelle celle di isolamento. Ma la voglia di lottare non gli mancava certo, e hanno fatto un bel po’ di casino sugli aerei. Sul volo da Roma a Casablanca Murad ha iniziato a protestare ed è stato subito immobilizzato, con mani e piedi legati con le classiche fascette di plastica da elettricista. Ci sono volute una decina di guardie per farlo tacere prima che il pilota si accorgesse del trambusto. Ismael invece ce l’ha fatta a perdere il volo da Milano a Lima. Anche lui appena caricato sull’aereo ha iniziato far casino, così tanto che il pilota è intervenuto per chiedergli se volesse partire o meno. E alla risposta ovviamente negativa di Ismael, ha ordinato ai poliziotti di scorta di farlo scendere. Ora lo hanno riportato al Centro, ed è nuovamente all’isolamento. Staremo a vedere nei prossimi giorni le reazioni dei dirigenti dell’Ufficio Immigrazione della Questura, che saranno a dir poco innervositi.
Intanto, alcuni aggiornamenti dal fronte giudiziario. Restano in carcere i ragazzi arrestati durante la sommossa di mercoledì scorso nel Centro di Torino. A quanto pare Procura e Questura hanno convinto il Giudice a dare una lezione ai dieci, catturati mentre tentavano la fuga. Una lezione con cui sperano senza alcun dubbio di spaventare i ragazzi ancora reclusi e prevenire nuove sommosse. In attesa di capire come andrà avanti il processo e come continueranno le lotte fuori e dentro al Centro, dove negli ultimi giorni sono arrivati una quarantina di reduci dalla rivolta di Lampedusa, ne approfittiamo per fare alcune considerazioni a margine della più grande sommossa con evasione nella storia del Cie di Torino.
Negli ultimi giorni i quotidiani si sono spinti in ricostruzioni a dir poco fantasiose, arrivando addirittura a raccontare di improbabili guerriglie urbane fuori dalle mura del Centro, con cassonetti incendiati e scontri nelle strade del quartiere. In realtà, per quanto ne sappiamo, non è andata così: le volanti accorse si sono lanciate all’inseguimento degli evasi, fermandone alcuni. E i solidali, come spesso accade, sono arrivati un po’ in ritardo e han potuto fare ben poco: chi era riuscito a scappare era già lontano, chi era stato catturato dalle guardie era già in manette. Non che sarebbe stato sbagliato aiutare attivamente più gente possibile a scappare, anche scontrandosi con la polizia. Ma semplicemente, questa volta, non è successo nulla del genere: per la prossima si vedrà.
Un altro particolare che ha attirato le attenzioni della Questura e di conseguenza dei giornalisti, è il lancio di una quarantina di palline da tennis dentro al Centro, avvenuto un’ora prima della sommossa. Con la fortuna che ci contraddistingue, girando per le bettole di Porta Palazzo, siamo riusciti a ritrovare copia del contenuto di quelle palline da tennis. Una serie di foglietti, che qui vi alleghiamo, con sopra una cronologia delle rivolte e delle evasioni del mese di agosto appena trascorso, scritta in italiano, arabo e inglese; un breve testo solo in italiano sull’incendio del Centro di Lampedusa e sull’evasione dal Cie di Brindisi. Insieme a questi scritti, una bustina di Riopan che, come sa chi si è trovato a passare per la Val di Susa in questi mesi, è un buon aiuto per affrontare gli effetti dei gas lacrimogeni, usati qualche settimana fa anche nel Centro di Torino. Non che ai reclusi manchino le informazioni sulle lotte, visto che la maggior parte di loro ne sa molto di più di tutti noi solidali messi assieme. Ma il saluto rumoroso, con battiture, grida, petardi e lancio di palline è stato un modo come un altro per dar loro forza e coraggio.
Investigatori e giornalisti, come al solito, riferiscono di una regia esterna dietro a sommosse ed evasioni. Se un tempo parlavano delle trame della mafia turcomanna, ora danno a questo lancio di palline un potere quasi taumaturgico. Nessuno può sapere con certezza quale sia il legame tra il saluto e la sommossa, ma una cosa è certa: il baccano dei solidali ha attirato l’attenzione delle guardie, mettendole in uno stato di preallarme. E questo più che agevolare l’evasione potrebbe pure averla sfavorita. In ogni caso, e questo lo sanno tutti, evasioni e sommosse si susseguono da mesi in tutti i Centri del paese, con o senza saluti all’esterno.
Se qualcuno avesse mai davvero occasione di aiutare - in maniera determinante - dei reclusi a scappare, farebbe bene a farlo, pena non poter più pronunciare a voce alta la parola “libertà”; e questo vale per noi, che da anni siamo tra i nemici dichiarati della macchina delle espulsioni, ma deve valere un po’ per tutti quelli che dicono di sentirsi toccati nel vivo dall’infamia dei Cie. Le centinaia di evasi degli ultimi due mesi indicano chiaramente su quale piano è la lotta dentro alle gabbie e quindi su che cosa si debba ragionare. Noi, di nostro, non crediamo che bastino 40 palline da tennis per liberare 22 persone, ma se per una volta avessero ragione Questura e giornalisti, allora tanto varrebbe provarci, non solo a Torino, dato che anche in pochi, e con mezzi tutto sommato semplici, è sempre possibile fare qualcosa.

Vigili, sfratti e documenti da controllare

da Macerie

Nella mattina di martedì 20 settembre, in corso Vercelli, un gruppo di solidali dava vita ad un picchetto antisfratto, proprio vicino a L’Ostile.
Una storia come tante. Lo sfrattando che non riesce a pagare il mutuo, la banca - ex Intesa, ora CaRiParma - che da il via alle procedure di pignoramento, l’Ifir che prende in consegna, con i suoi modi spicci e vagamente intimidatori, l’immobile fino alla vendita all’asta. Con chi c’è dentro.
Si aspettava l’ufficiale giudiziario con volantini, striscione e qualche succo di frutta.
In quartieri come questo, dove brulica la vita, il controllo capillare, continuo e zelante, non è una boutade propagandistica di chi ama la libertà, ma piuttosto un ostacolo reale per chi con la libertà deve ingaggiare un tira e molla quotidiano.
E questo controllo si mostra, osceno, in continuazione: proprio durante il presidio, proprio due civici più in giù, un nutrito gruppo di vigili urbani in borghese, travestiti alla bell’e meglio da operai, sta svolgendo un controllo in un palazzo. Cercano dei ragazzi africani, su segnalazione di qualche vicino, e a quanto pare li han trovati.
Un ragazzo sarà portato in via Bologna, alla centrale dei vigili per foto e impronte.
Tranquilli ragazzi, è la normale trafila, non lo arrestiamo mica.
Il picchetto si sposta di pochi metri, e inizia una discussione animata, ma l’interessato è già sulla Stilo d’ordinanza e iniziano ad arrivare diverse gazzelle. I compari del ragazzo sono tranquilli, i documenti li hanno e si fidano della parola dei poliziotti.
Insomma, i solidali son proprio d’intralcio. I vigili presenti, ragazzoni diversi dai minuti civich che compilano blocchetti di multe, probabilmente fanno parte del nucleo edilizia abitativa.
Sbattono fuori dalle case popolari gli inadempienti, hanno pelo sullo stomaco, mani pesanti e niente berretto, che non serve.
Improvvisare un cordone attorno alla macchina, e permettere ai colleghi di partire con spintoni e manate, per loro è un imprevisto quasi gradevole.
L’impreparazione, lo sfratto da seguire, e la tranquillità dei paesani del fermato probabilmente influiscono sulla determinazione dei solidali, per cui di fatto non si riesce ad evitare l’odioso (e pericoloso) rito della schedatura.
Il ragazzo tornerà per i fatti suoi un paio d’ore dopo, lo sfratto sarà rinviato di due mesi, senza grandi difficoltà.
Poco da star tranquilli, queste situazioni si ripetono in continuazione nelle strade che percorriamo, nelle piazze che attraversiamo, per persone che conosciamo. Questa certezza così ineluttabile è ciò che organizza le città sulla misura della polizia.
Spezzare questa ineluttabilità non è cosa facile, e forse anche piccole dinamiche come quelle raccontate sopra possono contribuire a farlo.

Dopo aver criminalizzato la lotta, Evo Morales annuncia la sospensione dei lavori nel TIPNIS

Tratto da Periodico El Libertario e tradotto da NexusCo 



Il presidente Evo Morales ha dichiarato Lunedi 26 che la costruzione del secondo tratto della strada da Villa Tunari-San Ignacio de Moxos per il Territorio del Parco Nazionale Isiboro Secure (TIPNIS) è sospeso fino a quando si realizza un dibattito nazionale e, soprattutto, tra Cochabamba e Beni.
Dopo gli episodi di repressione dello Stato alle comunità indigene. Dopo gli eventi nell'aver lasciato il cancelliere.
Dopo la rinuncia del Ministro della Difesa per via delle violenze della polizia.
Evo annuncia infine il dialogo, e paralizza i lavori, in attesa di un referendum per decidere la sorte del TIPNIS.

"Voglio salvare una responsabilità di fronte alla storia, davanti al popolo boliviano e ai due dipartimenti (Cochabamba e Beni). Sia il dibattito nazionale, una discussione del popolo boliviano per il loro decidere e soprattutto per i beneficiari o i coinvolti dei due dipartimenti".

"Mentre questo dibattito nazionale dei dipartimenti decidono di sospendere il progetto stradale che passa per il TIPNIS -e precisamente in territorio indigeno-, il popolo deciderà di questi due dipartimenti, deciderà cosa fare."

Il presidente ha criticato la violenza poliziesca scoppiata domenica contro gli indigeni, che sfilavano in difesa della TIPNIS e nelle città di San Miguel de Chaparina e [Morales] afferma che non ha ordinato la repressione.

In ogni caso, ha chiesto che cosa sarebbe successo se i manifestanti continuavano ad avanzare e si incontravano con i coloni di Yucumo, i quali bloccavano la strada.

"Noi ripudiamo gli eccessi della marcia. Noi non condividiamo l'abuso della violenza verso i nostri fratelli indigeni che erano in marcia".

Egli (Morales, ndb) ha annunciato un'indagine approfondita per "rintracciare tutti gli aggressori." "Non dimenticare il nostro cancelliere è stato attaccato (il sabato è stato costretto a marciare dalle popolazioni indigene) e ci sono stati poliziotti feriti, ma quel che è successo ieri è imperdonabile."

Morales ha detto che il suo governo sta facendo ciò che è necessario nel rispettare le norme precedenti dei governi di Hernan Siles Zuazo, Jaime Paz Zamora e Carlos Mesa e gestire le richieste provenienti da settori sociali.(Laclase.info)

Dobbiamo ricordare, però, che ore prima della manifestazione, il (caro e stimato, ndb) presidente boliviano (osannato dai sinistrati e imbecilli finti-antifascisti italiani, ndb) Evo Morales aveva criminalizzata tale lotta, accusando i manifestanti di essere "fantocci dell'imperialismo". Questa versione è stata amplificata dalla televisione di Stato Telesur: "Il presidente della Bolivia, Evo Morales ha detto questo Lunedi che la marcia che hanno fatto alcune comunità indigene nel territorio per quasi un mese, nel rifiuto della costruzione di una strada che attraversa il TIPNIS, è sostenuta dal governo degli Stati Uniti (USA) in quanto i contatti sono stati scoperti tra alcuni leader indigeni presenti all'ambasciata USA a La Paz. In un'intervista su Telesur, Morales ha affermato che i manifestanti aborigeni utilizzato il tema "ambiente" (...) ma alla fine sono ragioni politiche dettate dall'ambasciata USA (...) la settimana scorsa abbiamo intercettato una chiamata fatta da alcuni dirigenti degli indigeni all'ambasciata USA".
La mobilitazione e la resistenza popolare si è inchinata al governo di Evo Morales.

NdB et sfogo
L'ipocrisia di questi governi finti-socialisti e reazionari de facto, avanza sempre più. Solo il cervello dei sinistrati italici si è fermato e affermano che questi governi siano popolari e quant'altro: una risata formato napalm vi seppellirà

martedì 27 settembre 2011

Selex Finmeccanica e i radar delle meraviglie

da Antonio Mazzeo

La società è al centro di alcune delle vicende giudiziarie più complesse degli ultimi mesi: l’inchiesta sulle presunte tangenti e le sovrafatturazioni negli appalti ENAV per l’ammodernamento dei radar dell’aeroporto di Palermo Punta Raisi; quella sul sistema Sistri per il tracciamento del trasporto dei rifiuti; o quella ancora sulla malagestione di appalti e commesse nella Protezione civile. Non è certo uno dei momenti migliori per Selex Sistemi Integrati, azienda del gruppo Finmeccanica specializzata nella produzione d’impianti radar per la difesa aerea, navale e terrestre. Si respira inquietudine tra manager e dipendenti e preoccupata è pure l’amministratrice delegata Marina Grossi, nota tra i mercanti d’armi come Lady F, dove la F sta per Finmeccanica, holding presieduta dall’onnipotente consorte Pier Francesco Guarguaglini. Gli affari però sono non si fermano certo a colpi di ordinanze e avvisi di garanzia. Così Selex Sistemi è pronta a festeggiare il completamento della rete più estesa di sorveglianza al mondo, un centinaio di radar per la copertura di 7.500 km di coste, come dire un impianto ogni 75 km, valore della commessa 400 milioni di euro. Si tratta del Vessel Traffic Management System (VTMS), sviluppato per conto del ministero dei Trasporti e della Guardia costiera italiana, una selva di antenne e centri di trasmissione a microonde che entro la fine del 2011 consentirà d’identificare l’esatta posizione di ogni imbarcazione che si avvicinerà alle coste italiane, tracciando e memorizzando le rotte di più di cinquemila unità al giorno. Il piano, figlio della cronica sindrome da gigantismo di politici e forze armate nostrane, ha preso il via nel 1999 con l’assegnazione ad Alenia Marconi Systems (poi Selex) di un contratto di 90 milioni di euro per la progettazione e la costruzione dei primi radar del sistema. Dopo l’inserimento da parte dell’Unione Europea tra i progetti cofinanziati dai cosiddetti fondi PON Trasporti (il contributo Ue è stato di 71.469.000 euro), il VTMS è stato ufficialmente presentato nel 2004 dall’allora ministro dei Trasporti, Pietro Lunardi. “Si tratta di un sistema fondamentale per garantire la gestione e la sicurezza del normale trasporto marittimo e delle rotte navali, per contrastare l’immigrazione clandestina e supportare la lotta al terrorismo”, disse Lunardi. L’Italia era ancora sotto choc per gli attentati dell’11 settembre e i programmi di “auto-difesa” privilegiavano le missioni di guerra in Medio oriente, le crociate anti-migranti e la proliferazione di radar e impianti d’intercettazione tra i reparti di esercito, marina, aeronautica, forze di polizia, Guardia di finanza e Guardia costiera. Obiettivo della prima tranche del sistema VTMS, la copertura delle regioni meridionali, prima fra tutte la Puglia, dove sono stati installati tra il 2004 e il 2006, cinque radar per “identificare le piccole e veloci imbarcazioni che giungono dall’Albania per trasportare migranti illegali”, come dichiararono i manager di Selex. Peccato che il flusso dei gommoni da Valona e Durazzo era già crollato da tempo e che gli ingressi “illegali” da est si erano spostati ai confini di terra con la Slovenia. La seconda tranche contrattuale, per un valore di 298 milioni di euro, fu sottoscritta nel 2006: Selex s’impegnò a realizzare ed installare altri novanta radar e a fornire tre sistemi mobili montati su velivoli leggeri multiruolo “Lince” per l’utilizzo in caso di “emergenze” o “eventi speciali” (sbarchi massicci di migranti, conferenze Nato e di capi di Stato, ecc.). Quando sarà completato, il VTMS italiano comprenderà un centro nazionale istallato presso la centrale del Comando generale delle Capitanerie di porto a Roma; quattordici centri d’area operativi nelle sedi delle direzioni marittime; ottantadue siti della Guardia costiera per la raccolta e l’elaborazione delle informazioni e cento siti sensori. I dati saranno integrati con quelli raccolti dall’Automatic Identification System (AIS), il sistema d’identificazione in dotazione alle unità navali. Sono in corso, inoltre, ricerche per integrare il VTMS con i centri militari che elaborano i dati provenienti dai velivoli senza pilota UAV in dotazione alle forze armate italiane e NATO, “particolarmente per la lotta alla pirateria”, come spiegano i manager dell’industria militare. Il Vessel Traffic Management System impiega i radar della famiglia “Lyra”, da quelli più piccoli (modello “10”), per il monitoraggio a breve raggio e il trasporto mobile, a quelli più grandi (i “50” e “80”) per la sorveglianza marittima sino a 48 Km di profondità. I modelli “50” e “80”, in particolare, operano nella banda X con una frequenza che si colloca intorno ai 10 Ghz ed una potenza di emissione media pari a circa 5 W. Ciononostante non sono stati forniti studi sul rischio delle emissioni elettromagnetiche per la salute umana e la fauna, eppure buona parte delle installazioni si trova in luoghi densamente abitati. I centri di sorveglianza marittima più importanti della rete VTMS sono ospitati nelle città portuali di Genova, Venezia, Trieste, Cagliari, Bari, Brindisi, Palermo, Reggio Calabria, Messina e Civitavecchia. Come spiega un comunicato del ministero dei Trasporti “la localizzazione del sistema è prevista però in tutte le regioni costiere italiane, ed in particolare in Campania, Basilicata, Sardegna, Sicilia, Calabria e Puglia”. La regione destinata a ricevere il maggior numero di radar (una decina) è la Sardegna: dopo quelli già installati a Guardia Vecchia (isola de La Maddalena) e Capo Sant’Elia (cagliari), dovrebbero sorgere le stazioni di Punta della Scomunica (nel parco nazionale dell’Asinara), Capo Testa (Santa Teresa di Gallura), isola di Bocca (Olbia), Capo San Marco (penisola di Sinis), Capo Sandalo (isola di San Pietro), Capo Spartivento (Teulada), Capo Ferrato (Muravera) e Capo Bellavista (Arbatax). I siti si trovano tutti all’interno di aree protette e riserve naturali, esattamente come per le postazioni volute dalla Guardia di finanza per installare i radar di produzione israeliana per la sorveglianza e l’intervento anti-migranti (Sant’Antioco, Fluminimaggiore, Tresnuraghes e Argentiera in Sardegna, Capo Murro di Porco, Siracusa in Sicilia, Gagliano del Capo in Puglia). Insostenibili servitù ad altissimo impatto elettromagnetico, fortemente osteggiate da comitati spontanei di cittadini e associazioni ambientaliste in tutto il sud Italia. Il VTMS è una delle produzioni su cui Selex Sistemi Integrati punta maggiormente per affermarsi nei mercati esteri. Impianti e radar sono stati venduti alla Polonia, alla Russia, alla Cina. In Serbia è stato costituito un consorzio per la realizzazione di un sistema di monitoraggio del traffico navale nel Danubio del valore di 6,4 milioni di euro, mentre in Yemen si sta completando l’installazione di una rete VTMS per il controllo del Golfo di Aden. Si tratta di sei centri con stazioni radar nelle città di Mokha, Kokha, Miun, Khor, al Omirah, Al Shira, Shograh, acquistati in buona parte con fondi della cooperazione italiana. Nel biennio 2009-2010, la Farnesina ha destinato allo Yemen “aiuti” per un centinaio di milioni di euro, sessanta dei quali per “finanziare le prime due fasi del sistema VTMS e la formazione della Guardia costiera yemenita”, come riferisce l’ambasciata italiana nel paese arabo. Nel marzo dello scorso anno, Selex Sistemi ha inoltre sottoscritto un contratto del valore di 25 milioni di euro per la fornitura di un VTMS al governo della Turchia. Il progetto prevede la creazione di un centro di controllo nazionale ad Ankara, tre centri regionali ad Izmit, Mersin e Izmir e ventiquattro siti sensori, ognuno equipaggiato con il “Lyra 50”. Molto più sostanzioso il contratto sottoscritto nell’ottobre 2009 con il governo libico del colonnello Gheddafi (300 milioni di euro) per un sofisticato sistema di controllo e vigilanza dei confini meridionali (quelli con Niger, Ciad e Sudan), contro gli ingressi “illegali” di migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Dopo la sospensione forzata dei lavori per lo scoppio del conflitto in Libia, Selex e Finmeccanica si stanno adesso prodigando con i leader del “nuovo” corso di Tripoli perché siano confermate le commesse belliche già finanziate. Selex, spera di fornire ai libici pure i radar FADR (Fixed Air Defence Radar), modello RAT 31DL, per la difesa aerea e anti-missili, con una portata operativa di circa 500 Km, presentati al salone militare LABDEX 2008 di Tripoli, insieme al VTMS. Non meno controverso il contratto firmato nell’agosto 2010 con il ministero di sicurezza pubblica di Panama, per la fornitura di un sistema di sorveglianza marittima con un centro di controllo, otto stazioni locali e diciotto radar “Lyra 50” da dislocare su altrettanti siti costieri. Il VTMS panamense rientra nel programma di “cooperazione nell’area della sicurezza legata alla lotta al crimine organizzato e al narcotraffico”, firmato nel giugno 2010 dal premier Silvio Berlusconi e dal presidente della Repubblica di Panama, Ricardo Martinelli. Consegne di sistemi d’arma, unità navali, elicotteri e radar di produzione Finmeccanica in cambio di 180 milioni di euro, intermediario dell’affaire Valter Lavicola, procacciatore presunto di escort e veline per i festini del cavaliere.

Cie galleggianti: arriva l'esposto, aperta un'inchiesta

da Fortress Europe

ragazzi tunisini illegalmente reclusi sui Cie galleggianti al porto di Palermo, foto di Danila D'Amico

La Procura di Palermo ha aperto un'indagine sui Cie galleggianti, ovvero le due navi che ancora stazionano nel porto di Palermo con circa trecento tunisini a bordo, da settimane illegalmente detenuti. La decisione del procuratore aggiunto Leonardo Agueci, che coordina l'indagine, e' arrivata dopo la presentazione di un esposto presentato questa mattina da alcuni esponenti del movimento antirazzista palermitano. Tra i nomi dei firmatari della denuncia ci sono quelli del professor Fulvio Vassallo Paleologo (giurista e membro dell'Asgi), Judith Gleitze (di Borderline Sicilia, che in questi mesi ha costantemente monitorato la situazione a Lampedusa) e poi Pietro Milazzo (Cgil Sicilia) e Anna Bucca (Arci). L'esposto segnala che i tunisini reclusi sulle navi nel porto di Palermo sono illegalmente privati della liberta' personale, senza diritto di difesa e senza la convalida di un giudice. E chiede di fare chiarezza sulla presenza dei sei minori a bordo e di una donna incinta, come denunciato ieri pomeriggio dalla parlamentare del Pd Alessandra Siragusa e dal deputato regionale dei democratici Pino Apprendi, dopo la visita sui Cie galleggianti, a margine della manifestazione al porto dei movimenti antirazzisti palermitani. Di seguito riportiamo uno stralcio dell'esposto, in cui si chiede di fare chiarezza anche sui pestaggi avvenuti a Lampedusa ai danni di un attivista canadese e di recluso tunisino ancora in coma all'ospedale di Palermo.

Estratto dell'esposto alla Procura della Repubblica di Palermo sulle violazioni commesse ai danni dei tunisini reclusi sui Cie galleggianti

"Si chiede che la Procura della Repubblica voglia verificare i fatti esposti e accertare se abbiano luogo ipotesi di reato; in particolare, se i cittadini stranieri trattenuti a bordo delle tre navi, AUDACIA, MOBY FANTASY e MOBY VINCENT si siano trovati, ovvero si trovino, in una condizione di illecita limitazione della libertà personale ovvero se sussistano i presupposti per l'ipotesi di reato di violenza privata; se nei loro confronti siano stati adottati e notificati provvedimenti amministrativi che giustifichino tale privazione della libertà personale da parte delle autorità di polizia e se tali provvedimenti restrittivi siano stati sottoposti tempestivamente al vaglio giurisdizionale nei termini imposti dalla vigente normativa interna e europea; se sussista, in relazione alle date dei provvedimenti indicati, con particolare attenzione alle date di emissione e di notifica degli stessi, l'ipotesi di reato ex art. 476 del Codice penale, falsità materiale commessa dal Pubblico Ufficiale in atti pubblici; se sussistano ipotesi di reati in relazione alle condotte poste in essere in aperto contrasto con l'esercizio del diritto di difesa, manifestamente limitato quando non del tutto negato; se esistano ipotesi di reato per la illecita detenzione di minori di cui non si è certi se accompagnati o meno; se esistono ipotesi di reato per le percosse ricevute dal cittadino straniero Naji Hsen ancora ricoverato presso l'ospedale di Palermo e per l'operatore umanitario Alexander Georges colpiti da ignoti nell'isola di Lampedusa, nei giorni successivi al rogo nella struttura di Contrada Imbriacola".  (sulla pagina facebook del giurista Vassallo Paleologo si puo' scaricare il testo completo dell'esposto e adattarlo a situazione analoghe di illegittima detenzione in altre parti d'Italia)

Intanto il ministro dell'Interno Roberto Maroni, che questa mattina e' intervenuto in un'audizione alla commissione parlamentare infanzia, ha fatto sapere che Lampedusa e' stata dichiarata "porto non sicuro". Il che significa che fino a contrordine i naufraghi soccorsi in mare saranno sbarcati in altri porti, verosimilmente a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, come accaduto la settimana scorsa il giorno dopo i pestaggi. Maroni ha anche fornito i dettagli del nuovo accordo con la Tunisia, che prevede 10 voli settimanali da 50 passeggeri l'uno, contro i due voli settimanali da 30 posti l'uno che prevedeva l'accordo di aprile. Ma il 23 ottobre in Tunisia si vota per l'assemblea costituente e bisognera' vedere se il nuovo esecutivo confermera' l'accordo.

Quel che e' certo e' che i vertici della compagnia di navigazione Moby hanno fatto sapere che il ministero dell'Interno ha pagato il noleggio delle navi che oggi funzionano come Cie galleggianti, fino al 31 dicembre. E visto che nei Cie si susseguono con una frequenza senza precedenti fughe e rivolte, non c'e' da escludere che quello di Palermo sia solo un esperimento di cui vedremo presto le repliche. Anche per questo e' importante che la magistratura dica la sua.

Altra maxi evasione dal Cie di Roma, liberi 60 tunisini

da Fortress Europe


Quinta evasione in un mese dal centro di identificazione e espulsione (Cie) di Ponte Galeria a Roma. Sessanta reclusi, in maggior parte tunisini appena trasferiti da Lampedusa, sono riusciti a fuggire, mentre un'altra ventina sono stati rintracciati e riportati al Cie. Dal mese di agosto almeno 191 ragazzi senza carte sono riusciti a fuggire dal Cie di Roma. L'escalation delle rivolte e delle fughe sembra dovuta a due fattori. Da un lato la nuova legge approvata il 2 agosto al Senato che ha portato a 18 mesi il limite della detenzione nei Cie. E dall'altro il nuovo accordo sui rimpatri con la Tunisia, che prevede due voli charter da Palermo a Tunisi ogni giorno (effettuati dalla Mistral Air, Small Planet, Dubrovnik Air e altre compagnie) per un totale di 100 espulsi ogni giorno. E infatti i protagonisti dell'ultima sommossa di Ponte Galeria sono stati proprio i ragazzi tunisini trasferiti cinque giorni fa a Roma dall'isola di Lampedusa. Sapevano che con il nuovo accordo tra Italia e Tunisia sarebbero stati quasi sicuramente espulsi. E hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto. Il pomeriggio di domenica scorsa, approfittando della presenza ridotta del personale di sorveglianza, hanno sfondato un cancello dal lato del cantiere dei lavori di ristrutturazione del Cie devastato dalle almeno quattro rivolte che si sono registrate tra agosto e settembre.

E quindi sono riusciti a raggiungere il muro di cinta e a gettarsi dall'altro lato facendo poi perdere le proprie tracce nelle campagne tra Roma e Fiumicino. Durante gli scontri con le forze dell'ordine che hanno tentato di bloccare la fuga, ci sono stati tre agenti feriti, compreso un ispettore colpito al volto da una testata. Non si conosce invece il numero dei feriti tra i reclusi. Soprattutto tra i 20 che sono stati rintracciati dopo la fuga e riportati al Cie. La polizia sta indagando per individuare i responsabili delle aggressioni. Mentre il sindacato ha mandato a dire a Maroni che Ponte Galeria non puo' essere utilizzato al pieno della sua capienza, perche' con i lavori in corso per riparare i danneggiamenti delle ultime rivolte, si rischia una fuga dopo l'altra. Come in effetti sta accadendo da un mese.

La maxi fuga dal Cie di Roma segue di pochi giorni la rivolta di Lampedusa e le evasioni di massa dai Cie di Torino e Brindisi. Il ministro dell'interno Roberto Maroni ha buone ragioni per vantarsi dell'efficacia dell'accordo di rimpatri con la Tunisia. La settimana scorsa sono stati espulsi 604 cittadini tunisini. Tuttavia la macchina delle espulsioni sta cadendo a pezzi. Tra agosto e settembre sono fuggiti almeno 354 reclusi dai Cie di Roma, Torino, Modena, Cagliari, Brindisi e Pozzallo (Rg). E meta' dei Cie sono stati devastati da incendi e rivolte e funzionano ormai soltanto a regime ridotto. Torino, Brindisi, Milano, Gradisca, Lampedusa e adesso anche Roma hanno intere sezioni rese inutilizzabili da incendi e devastazioni. Anche per questo il Viminale ha optato per i Cie galleggianti.

Ma ancora una volta di tutto questo non vi possiamo parlare. Perche' ad oggi e' ancora in vigore la circolare 1305 con cui il ministero dell'Interno vieta da aprile 2011 l'ingresso della stampa nei Cie. Dopo la mobilitazione del 25 luglio, con la campagna lasciateCIEntrare, Il 2 agosto il Senato aveva approvato un ordine del giorno che impegnava il governo a ritirare la circolare della censura. Sono passati due mesi e non e' cambiato niente.

Cie Modena: tentata evasione con incendio

da Fortress Europe

Ancora tensione al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Modena. L'ultimo tentativo di fuga risaliva a una decina di giorni fa. La scorsa notte i 57 reclusi ci hanno provato di nuovo. Il piano e' sempre lo stesso: raggiungere i tetti e da li' tentare di calarsi oltre il muro di cinta con delle corde realizzate con le lenzuola annodate. Cosi' nei mesi scorsi sono riusciti a fuggire una quarantina di reclusi. Ieri pero' qualcosa e' andato storto. E l'evasione e' stata bloccata. La protesta pero' non e' rientrata se non dopo che un gruppo di detenuti ha appiccato il fuoco ad alcuni materassi e a un po' di suppellettili. L'intervento dei pompieri ha spento sul nascere i focolai d'incendio. Mentre per uno dei reclusi, identificato dalle telecamere, sarebbe scattato l'arresto per l'incendio. Questo e' quanto riferito dalla questura alla stampa locale. In questo momento non siamo in grado di dire se vi siano stati dei pestaggi e se vi siano dei feriti tra i reclusi. Anche perche' ai detenuti - che lo ricordiamo si trovano da mesi in stato di privazione della liberta' perche' privi di documenti di identita' - e' privato utilizzare il telefono cellulare e dunque non possono comunicare con l'esterno. Cosiccome ai giornalisti e' vietato visitare i Cie dall'entrata in vigore lo scorso aprile della circolare 1305 del ministero dell'interno, che di fatto ha istituito di nuovo la censura in questo paese.

Perchè non è necessario lo Stato

Tratto da Reflexiones desde Anarres e tradotto da NexusCo

Non è facile dare una spiegazione sopra l'origine dello Stato, come non lo è per la religione. Entrambi, a mio modo di vedere le cose, hanno molto a che fare con una cultura autoritaria. Come Gaston Leval afferma, ne "El Estato en la historia", la ragione per cui gli esseri umani hanno imposto ad altri loro simili [questa coercizione], deve essere studiata altrettanto bene attraverso la Storia. Lo Stato, qualsiasi forma assuma, impone la sua volontà; e il suo grande merito, in epoca contemporanea, è quello di aver fatto credere, a gran parte della società, che la sua esistenza è necessaria e anche che ogni cittadino è integrato nella sua struttura. Nonostante si accetti l'importanza storica della "volontà di potenza", il cui studio impeccabile è stato eseguito da Rudolf Rocker, dobbiamo accettare altre spiegazioni, cioè oltre al fatto dell'autoritarismo, per l'apparizione dello Stato e di tutta l'istituzione gerarchica. E' possibile, ma che in seguito porterà all'apparizione dello Stato, che l'autorità si presenta inizialmente come un fattore positivo, come la scelta delle persone migliori per eseguire un certo lavoro. Per lo studio di quelle società, ingiustamente chiamate "società primitive", nelle quali società impediva l'apparizione dello Stato e il denominato capo che non pone autorità coercitiva alcuna, si trovano sia negli appunti dell'opera menzionata di Leval e anche nel lavoro di Pierre Clastres, scomparso prematuramente. È necessario distinguere chiaramente le persone responsabili, o direttore occasionali, e quello che è l'autoritarismo, che sfocia nell'apparato statale. Una cosa è il governo di una minoranza sulla maggioranza e un'altra è organizzare le cose.

In ogni caso, nonostante l'impossibilità di ridurre il tutto a una sola causa, penso che si possano dare spiegazioni affidabili nell'emersione dei diversi Stati, la cui origine è il desiderio di dominio sulla natura e sugli altri esseri umani . Buona per certa predisposizione psicologica e/o biologica, per il patrimonio culturale, il desiderio della dominazione -soprattutto quella politica (ovvero lo Stato, ndb)- conduce gli uomini nel corso della storia nella strada per un maggiore sfruttamento dei beni materiali. In questo senso, Rocker e Leval insistono sulla natura politica dello Stato, cercando di eliminare l'eccessiva rigidità del pensiero marxista, in cui quest'ultimi danno una spiegazione solo economica per il cambio delle strutture  subite nel corso della storia. Difatti, anche in senso inverso, alterando lo Stato si suppone che si alteri anche le condizioni economiche. La volontà di potete spiega molte cose nella storia, per il quale è possibile assicurare il primato della politica sull'economia. Siamo a un punto importante dell'idea anarchica, la quale afferma che l'ibridazione tra il potere politico ed economico, la volontà di dominio e di arricchimento, è fatto in modo che lo Stato prenda la forma che si adatta ai suoi interessi. Lungi dall'essere semplicemente  come

"il potere organizzato di una classe contro un'altra classe"

è possibile analizzare nella storia che il processo della fondazione dello Stato è multiforme e varia secondo le diversità dei fattori circonstanziali. Leval ritiene che il fattore più importante è la guerra, con la conquista militare come una fonte di autorità. Così, lo Stato nasce dalla organizzazione politico-militare che stabilisce un apparato amministrativo, il quale alla fine vive a spese della popolazione sottomessa. E insistiamo (o ribadiamo nuovamente) che per l'anarchismo, lo Stato e la Nazione sono termini simili e intercambiabili.

È abitudine che si considera che il controllo dell'economia da parte dello Stato sia un'invenzione moderna, incluso anche l'associare tutto il sistema socialista con la costernazione degli anarchici. Allo stesso modo, e come ho accennato prima, anche l'epoca contemporanea è stata caratterizzata da una visione socialista dello Stato, quasi esclusivamente come strumento di dominio di una classe su un'altra. Tuttavia, la Storia ci insegna che lo Stato non attua benefici ai suoi sudditi, ma usa oggetti come la tassazione e lo sfruttamento del lavoro degli individui. Penso che si possa dire, con maggiore enfasi a questo punto, che difficilmente lo Stato può essere visto come uno strumento di emancipazione, anche se altre istituzioni sono state altrettanto coercitive e sfruttatrici, che rendono le persone timorose nel perdere una certa protezione sociale. Si deve insistere sul fatto che lo Stato non suppone un miglioramento dell'azienda dell'individuo come afferma il capitalismo, ma che anzi si pongono mezzi più abusivi e di dominazione per il controllo di tutto. L'epoca liberale del XVIII e XIX, ha aperto la speranza a diverse riforme socialiste, di cui nulla poteva essere previsto e che che continuavano a fare affidamento sullo Stato come un modo per la libertà e la giustizia sociale (e tutti gli esperimenti fatti, non portarono a quello che speravano). All'inizio del XXI secolo, con il liberalismo, o neoliberalismo, succube delle nuove forme di concentrazione del capitale, continuano a regnare nonostante i danni fisici e morali che provoca. Lo Stato e il capitalismo un giorno diventeranno  Storia, senza che essi saranno necessari per noi e che potremo addottare metodi veramente emancipatori. Tante volte insisto nel vedere l'anarchismo come l'ibridazione tra liberalismo e socialismo, così come raccogliere tutto ciò che è nobile e degno nella Storia e nell'essere umano (non so se la definizione di questi concetti conduce a discussioni accese ma questi termini -liberalismo e socialismo, la storia e l'essere umano- mostrano che sono prodotti dell'attività umana e non hanno alcun origine metafisica o soprannaturale)

lunedì 26 settembre 2011

Bolivia: brutale repressione all'VIII marcia degli indigeni

Tratto da Periodico El Libertario e tradotto da NexusCo
                                                                                   da parte della Commissione di Comunicazione della marcia

Oggi 25 settembre alle ore 16:30, un'operazione di polizia e militare è stata lanciata con il conseguente assedio al campo del ponte di San Miguel, a 5 km da Yucumo, dove vi erano circa 800 manifestanti, tra cui oltre 200 bambini e neonati. Intorno alle 17, è iniziata una spietata gassificazione con i lacrimogeni, contro le persone inermi, causando confusione totale, soprattutto tra i bambini, che si sono staccati dalle loro madri e che erano presenti nell'accampamento.
Più tardi gli agenti di polizia hanno proceduto ad inseguire le persone, a metterle all'angolo e picchiarle, bruciare il campo, fermandosi a gassificare le donne in gravidanza e sequestrando gli scritti stampati; persone costrette a salire a bordo di furgoni in un modo degno delle peggiori dittature, tutto per impedire e fermare la marcia.

Più tardi queste persone sono state costrette a salire a bordo di autobus, per un totale di 8, in direzione di Yucumo, dove sono stati costretti a fermarsi a causa delle persone incazzate, che erano scese in piazza, una volta saputa la notizia diffusione del intervento per la marcia.
Allo stesso tempo, abbiamo informazioni che molti dirigenti e membri della comunità che si sono rifugiati nella foresta, così come quelli incarcerati sui bus fermati lungo la strada, e così come le madri disperate alla ricerca dei loro bambini. Alcuni compagni sono fuggiti e sono venuti a San Borja per rifugiarsi dalla repressione come il Presidente del CIDOB, Adolfo Chavez.

Di fronte a questa situazione è urgente che le Nazioni Unite, la Defensoria del Pueblo, l'Assemblea Nazionale Permanente dei Diritti Umani e altre organizzazioni nazionali e internazionali presenti nel paese, GARANTISCANO LA VITA DI OGNI MANIFESTANTE, SOPRATTUTTO DONNE E BAMBINI E NEONATI dalla brutale repressione subita dal governo di Evo Morales, e a sua volta, si chiede il rilascio immediato dei detenuti negli autobus -messici dentro dalla polizia-, il cui destino rimane ancora incerto.
Ultima notizia: si conferma la morte di un bambino di 3 mesi.

Lista preliminare di bambini scomparsi e adulti:
REGIONAL CIPOAP: Pamela Monje (niña), Eolita Monje (niña), Thieri Paz (niño), Carmen Rosa Vargas (bebé), Cleise Vargas (niña), Yusara Malala (niña), Kareli Chupinavi (niña), Hugo Camama, Marcelo Matias, Raúl Antelo, Edilberto Duri, Ariel Duri, Kelly Padilla, Clever Vargas, Ricardo Vargas, Gustado Maeda, Betsabé Mariaca, Norberto Tuno, María Rodriguez, Juana Avellaneda, Manuel Rodriguez, Silvia Flores, Guido Monje, Robert Cepa, Arminda Ortiz, Henry Paz, Silencia Parada, Condor Monje, Ester Monje, Jaño Game, Roxana Humaday, Jesus Michiguene, Regis Ojopi, Santiago Barroso y Antonio Barroso.

Dirigentes scomparsi
Alberto Ortiz Alvares (presidente de la CIRABO)
Durimar Merelis (Presidente de la CIPOAP)

Feriti confermati
Cinthya Sabené (CIRABO)

Estratto dell'articolo "Maggioranza e Minoranza"

Noi non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non intendiamo sopportare imposizioni di alcuno.
Felicissimi di veder fare da altri quello che non potremo far noi, pronti a collaborare cogli altri in tutte quelle cose quando riconosciamo che da noi non potremmo far meglio, noi reclamiamo, noi vogliamo, per noi e per tutti la libertà di propaganda di organizzazione di sperimentazione
La forza bruta, la violenza materiale dell’uomo contro l’uomo deve cessare di essere un fattore della vita sociale.
Noi non vogliamo, e non sopporteremmo gendarmi, nè rossi, nè gialli, né neri. Siamo intesi?
[cit. Umanità Nova anno I, n 168, Milano il settembre 1920.]