venerdì 25 febbraio 2011

La rivoluzione di Carlo Pisacane - Italia e Francia -- Prima parte

Estratto de "La rivoluzione" di Carlo Pisacane,4 capitolo

XIII. Italia e Francia
Il volgo, il quale senza esaminate minutamente le cose, giudica dalla fallace apparenza di esse, considera la Francia e l'Inghilterra come le due nazioni dalle quali debbono partire gli impulsi che sospingeranno i popoli ad un migliore avvenire, quasi che la rigenerazione politica- sociale d'Europa dipendesse dal progresso industriale di esse. Per non dilungarci soverchiamente su tale argomento, e perché cotesta missione rigeneratrice si attribuisce alla Francia piú che all'Inghilterra, noi faremo paragone fra la prima di queste due nazioni e l'Italia. La rivoluzione francese del 1789 fu una grandiosa esperienza che mise a nudo la poca importanza delle varie forme di governo relativamente ai mali che la società ammiseriscono. Coloro che governarono quella rivoluzione cercarono garentire la libertà, proponendosi a modello Grecia e Roma, e mostrarono ignorare affatto quelle storie. Se con maggiore oculatezza avessero cercato le cagioni di quello splendore le avrebbero scorte ne' rapporti sociali, nello stato economico di que' popoli, per cui legavasi strettamente l'utile pubblico al privato; ed in quelle forme di governi, creduti origine d'ogni bene, avrebbero riscontrato la causa della non tarda ruina di quelle nazioni. Se avessero fatto studio sui tanti esperimenti che fecero que' popoli, e tutti invano, per impedire l'usurpazione di chi reggevali; se avessero meditata la storia d'un'epoca meno remota, quella degl'Italiani del medioevo, che pel loro stato economico, religioso, morale, si rassomigliavano ai Francesi piú che i Greci ed i Romani, si sarebbero convinti facilmente come sia impossibile limitare l'abuso ed evitare il despotismo, allorché delegasi a pochi la sovranità ed il potere che risiede in tutti, e solleciti delle forme lasciansi sfuggire la sostanza delle cose. La Francia al '93 subí l'esperienza medesima che già avevano subito gl'Italiani nel medioevo. I  nobili, domati dal regio potere, avevano smesse le armi, ed il re aveva vinto un rivale, ma perduto un sostegno. Intanto, come in Italia il popolo, combattendo a difesa del papa, conobbe di aver diritti, cosí in Francia, assumendo la difesa del re, imparò a difendere se stesso. Parteggiando pel re, egli credette migliorare, ma svincolato dalle strette del feudalismo, videsi abbandonato, privo di mezzi ed appoggi, in una lotta ineguale co' ricchi; sospinto dai suoi dolori rovesciò il trono, in tal modo la rivoluzione si compí, rivoluzione che, come quella del mille in Italia, fu il trionfo del Comune sul medioevo. Agli Italiani bastarono sei secoli per cangiare in popolare il barbaro reggimento, ai Francesi ne bisognarono quattordici. L'unità, l'indipendenza assoluta, le superstizioni del cristianesimo scrollate, il prestigio de' nomi caduto, resero, all'esterno, la Francia piú maestosa dell'Italia, furono idee, non famiglie, che parteggiarono il popolo. Ma la stessa unità, la minore energia della plebe, lo spirito di libertà poco comune, insomma lo spirito repubblicano, universale in Italia e difettivo in Francia, e per contro fortemente sentite le tradizioni della monarchia, distrussero in dieci anni tutte quelle conquiste del popolo che gli Italiani conservarono per quattro secoli.
La rivoluzione francese scosse dal loro letargo i popoli d'Europa, ed il governo, che i moderni chiamano rappresentativo, fu la barriera, l'ostacolo che gl'impotenti troni opposero all'esigenze del popolo. Abbiamo parlato abbastanza largo di una tal forma di governo, quindi non è mestieri ritornare sull'argomento, diremo solo che da tale epoca cominciò a germogliare l'epoca che minaccia di cancrena l'Europa. Intanto, l'industria, il commercio, le scienze, progredirono, il secolo XIX venne chiamato il secolo del progresso, ed i dottrinarî credettero, o gli convenne credere, che sotto tale reggimento compivasi gradatamente l'educazione del popolo, navigandosi a golfo lanciato verso la libertà, strana aberrazione, o strana menzogna. Il secolo XIX sarà famoso nei fasti dell'umanità, non già per la servile e codarda schiera dei dottrinanti scaturiti dal suo seno, ma perché in tal torno il socialismo, d'aspirazione fattosi sentimento, ebbe partito ed avrà attuazione. La grandezza, la degnità della Nazione non va misurata dal numero de' libri che in essa si pubblicano, come non è la dottrina solamente la qualità che determina il conto in cui debba tenersi un individuo. Un dotto, che pone la sua penna a disposizione del maggiore offerente, lambisce la mano che lo sferza, bacia le catene che l'avvincono, e con facile viltà maledice chi cadde, né mai osa di biasimare il potente, non può certamente preferirsi ad un ignorante che, domo dalla forza, guarda torvo l'oppressore, minaccia ne' ferri, né lasciasi intimorire dalla spada, né dall'oro corrompere: il primo sarà un uomo culto ma degradato, il secondo rozzo ma pieno del sentimento della propria dignità; nell'uno possiamo rappresentare il basso Impero e l'Italia al secolo de' Medici; nell'altro la Roma de' Bruti, de' Scevola… e l'Italia del mille; nel primo possiamo scorgere l'odierna Francia, nel secondo l'Italia moderna. Colui che si crea un padrone è schiavo per natura, chi lo subisce non è che disgraziato.

Se i rivolgimenti avvenissero in ragione de' libri, non sarebbe stata la Sicilia la prima ad iniziare i moti del '48, né la dotta Germania sarebbesi rimasta quasi inerte tra l'universale sconvolgimento. Quali dotti contava la Grecia all'epoca della sua memorabile rivoluzione? Gli Hoche, i Marceau, i Kléber… i Marco Botzari, i Canaris… eroi da rivoluzione e non già da poltrona, non sono parto di dottrine, primogeniti di queste sono i Guizot, i Thiers… La probabilità di un rivolgimento è in ragion diretta de' mali che opprimono il popolo e del grado d'energia che esso conserva. Faremo studio su di ciò, onde discernere se in Italia l'abilità al moto sia minore che in Francia. In Italia come in Francia, la vita pubblica è difettiva, non curato l'utile nazionale, a cui viene sempre preposto l'utile privato. La vita pubblica de' moderni consiste nelle gesta da romanzo che suppliscono alla sterilità degli avvenimenti storici. L'eroe da romanzo è il modello che la gioventú si propone nel suo esordire; una brillante comparsa, come dicono i Francesi, dans le tourbillons du monde, è l'ambizione de' moderni eroi, de' lyons, è la gloria che per essi adegua, anzi sorpassa  quella de' Scipioni e de' Marcelli. All'operosità succede il riposo, il lyon si trasforma e comparisce nel mondo sotto il carattere d'homme blasé. Il lyon ama i rischi del duello, di una corsa a cavallo e… ma guardasi bene dal mischiarsi in politica, se le barricate covrono le strade, chiudesi in casa curandosi poco dell'esito della lotta, ed aspetta tranquillo quando les affairs ont repris, per essere richiamato all'azione. Allora si fa di nuovo ad usare in quelle numerose brigate ove lo scambio degli affetti è impossibile, ed in quei teatri ove con mostruosi drammi si tenta invano scuotere la flaccida e logorata fibra dell'annoiato ascoltante. In Italia i lyons, i grandi ridotti, quel genere di produzioni  teatrali sono piante esotiche. Ci sforziamo, egli è vero, di accettare i medesimi gusti e farci imitatori deglioltremontani, ma fortunatamente con pochissimo successo. Quanto ristretto è il numero de'  romanzi e dei romanzieri in Italia!… E perché? mancano forse gl'ingegni, o la favella, come alcuni asseriscono, non prestasi a tali letterarie produzioni? mai no; se esse venissero chieste dalla pubblica opinione, tutte le difficoltà sarebbero superate, né la tirannide le interdice. Ma quello poi che maggiormente ridonda a gloria nostra è che i pochi romanzi italiani sono quasi tutti di fama  imperitura, quasi tutti hanno uno scopo politico, ed i piú accreditati fra essi, come l'Assedio diFirenze, Nicolò de' Lapi, Ettore Fieramosca,… suscitando un torrente di affetti patrii, affogano,  attutiscono ogni affetto privato.  Il prestigio del fasto immenso in Francia, in Italia abborrita la pompa: gradirono i Francesi ilbrillante corteggio di Bonaparte piú che la semplicità del governo provvisorio del '48 e di Cavaignac; in Italia, per contro, il modesto vivere di Mazzini e di Manin riscossero plauso ed universale simpatia. La superstizione religiosa, in Italia come in Francia, non esiste che fra le donnicciuole; la religione è ridotta ad atti esterni, è un'abitudine, non già un sentimento, e se sentimento religioso vi fusse ancora al giorno d'oggi, la sua sede sarebbe in Francia e non già in Italia. Proudhon rinnegava la storia scrivendo Le bigot italien, egli non rammentavasi come i Francesi, da Carlo Magno, sono stati sempre i difensori del papa, non per ragion di Stato, ma per fanatismo, ed i nemici de' pontefici sono stati e sono gl'Italiani, ai quali è riserbato d'inaugurare il trionfo su tutte le idee religiose.

Si eccettui il Piemonte in cui, per soverchia docilità del popolo il reggimento costituzionale dura, nelle altre parti d'Italia non ha potuto gettar le sue barbe; la violenza, la corruzione non son bastate in Napoli, in Roma, in Toscana, ad ottenere una camera suddita del ministero. Troverete in queste provincie satelliti efferati ed impudenti della tirannide, ma quei trafficanti in politica, pronti ad inchinarsi ai fatti compiuti, non esistono, feccia e non cima di società, come essi si compiacciono credere; in Napoli sonovi i Windishgratz e gli Haynau, ma invano si cercano i Magnan, i Saint- Arnaud, i Maupas… Gli ex-triunviri, gli ex-ministri, gli ex-generali italiani vivono tutti nell'indigenza, mentre non trovasi in Francia un ex-impiegato che non abbia sa petite fortune. Secondo il proprio stato, i proprî bisogni, le proprie inclinazioni, producono le nazioni gli uomini che le rappresentano, e viceversa dal carattere di questi uomini potrà inferirsi lo stato in cui esse si rattrovano. E se non volesse considerarsi come passeggiero il presente stato della Francia, in vedendola padroneggiata da' Guizot, da' Magnan, da' Saint-Arnaud, da' Bonaparte… bisognerebbe  conchiudere che essa si dissolve, e che le ultime virtú rivoluzionarie sonosi spente con Armand Carrel. In Italia, per contro si rattrovano esseri spregevoli, ma non sono che i rappresentanti de' varî governi locali vicini a ruinare, mentre la nazione intera non onora, non prezza né costoro né i dottrinanti che predicano rassegnazione, ma i martiri suoi; quindi è nazione che sente il peso de' proprî mali, che onora quelli che danno la vita per combatterli, e dal martirio alla battaglia non havvi che un passo. L'attacco di centosettantamila stranieri contro Italia divisa, quasi non bastò a ristabilire il dispotismo; essi per vincere han dovuto ricorrere eziandio al raggiro ed alla menzogna. Trebattaglie, quattro assedî, sessanta combattimenti, tre città messe a ferro e fuoco, sono i gloriosi monumenti di nostra resistenza, mentre gli esuli, i prigioni, le vittime che muoiono col nome d'Italia sulle labbra [sono] la nostra continua e gloriosa protesta. Come ha difeso Francia la sua libertà? un pugno di compri francesi in poche ore da libera la fanno schiava, e la nazione, ben lungi dal  resistere,col suffragio universale, sancisce l'usurpazione ed appoggia la spregevole tirannide. Come negare che i rivolgimenti avvenuti in Francia il 1830, il '48, il due dicembre, sono l'effetto d'una vittoria ottenuta da un ristretto partito in Parigi? E somigliano moltissimo alle congiure di palazzo del basso Impero, a cui veruna parte prendevano le popolazioni delle provincie, mentre in Italia non  v'è movimento che non trovi un'eco in tutte le valli dell'Appennino. Tre volte, nel breve spazio di cinquanta anni, la Francia è stata arbitra de' suoi destini, tre volte da se medesima si è foggiata le catene, mentre, se non vi fosse stato intervento straniero, l'Italia, forse, sarebbe libera da molto tempo. I gusti adunque, i costumi, i fatti, la dimostrano meno indifferente a' suoi mali, meno degradata che Francia, quindi maggior probabilità di risorgere, accresciuta eziandio dal desiderio ardente che sente ogni Italiano, di conquistare la propria nazionalità, significante movente di cui  difettano i Francesi perché credono possederla. Esaminate le forze che sospingono al moto, ci faremo a studiate quelle che resistono. La nobiltà, la borghesia, i preti, gli impiegati d'ogni genere, un forte e numeroso esercito, sono una  base di granito che in Francia sorregge ogni genere di despotismo; ma ove sono queste forze in Italia? La piú famosa nobiltà italiana, la vera nobiltà feudale venne distrutta al sorgere de' Comuni; solo nell'Italia cistiberina durò ancora lungamente, ma fu in continua lotta col trono. Doma daFederico, riprese vigore per l'avarizia degli Angioini; di nuovo perseguitata dagli Aragonesi, durante il regno del perfido Ferdinando d'Aragona, fece l'ultimo sforzo con la famosa congiura. Dieci Baroni de' piú famosi lasciarono la vita sul palco, altri fuggirono, furono occupate le loro castella, disarmato il vassallaggio. I discendenti non ebbero piú forza, e per tradizione, e pel continuo cangiare della dinastia regnante, essi non furono mai gli amici del re: undici nobili di primo rango perirono nel '99 come repubblicani, fra questi il formidabile campione della libertà,  Ettore Carafa conte di Ruvo. In Piemonte la nobiltà non conta che i fasti di sua docile servitú,nobiltà di secondo rango, perocché i grandi feudatarî si estinsero successivamente, e sulle loro mine s'innalzò il trono di casa Savoia. I numerosi titolari che brulicano ne' varî Stati d'Italia, sono nobili nuovi, ovvero non nobili, né formano casta i cui privilegî li lega per utile proprio al trono; sudditi, come il resto de' cittadini, sono regî se percepiscono stipendio, liberali in caso contrario.

I veri nobili d'Italia sono i patrizî delle varie repubbliche, ed in primo luogo i veneziani, e cotesta nobiltà potrà essere municipale e non regia. La borghesia italiana, non solo non sostiene ma odia i presenti governi, e se non è sollecita al muovere, non avversa i movimenti. I preti, non essendo salariaticome in Francia, contano moltissimi liberali, ed anche soldati della libertà. Infine possiamo conchiudere che se togli dall'Italia i stranieri, l'appoggio dei troni riducesi alla codarda schiera degli impiegati e de' poliziotti. Solo in Napoli ed in Piemonte havvi un esercito, ma esso non si è mostrato, in certe circostanze, inaccessibile alla brama di libertà. Quindi la tirannide non si sostiene  che in virtú di forze straniere; aggiungi, le tradizioni dell'Italiani repubblicane tutte, quelle de'Francesi regie, e potremo senza errore conchiudere che l'esercito conservativo, potentissimo in Francia, in Italia quasi non esiste. La sola cosa che in apparenza favorisce la Francia, è lo scorgere che in essa le idee di riformasociale sono piú generalmente sentite, sono già scritte sulla bandiera d'un partito. Ma questo partito non è reciso ne' suoi concetti e nella sua propaganda; lo stesso Proudhon spera accordare l'utile del proletario e quello della borghesia; tutti sono, nella pratica, dubbiosi e timidi. I riformatori che svolgono le dottrine, foggiano sistemi, altro non fanno che delineare la prima  orditura, che stabilire de' principî; un numero ristrettissimo di persone s'inspirano ne' loro volumi, equesti volumi possono dirsi un retaggio europeo. Ma nulla apprende il numeroso volgo, ché,  eziandio le cose volte a migliorare la sua condizione e minorare la sua fatica, non le accetta chestretto dall'estremo bisogno, e non si lascia convincere se non dal fatto. I giornali, i ragionamenti e le corrispondenze pubbliche o private, gli scopi che si propongono le congiure, le persecuzioni, le vittime, gli avvenimenti, sono quella serie di argomenti per cui le astrazioni de' riformatori divengono concetti popolari. I discorsi di Proudhon all'assemblea, i suoi articoli sul giornale da esso  redatto, le lezioni di Louis Blanc al Lussemburgo, le manifatture nazionali, le barricate di luglio, ha formato la propaganda la quale cominciò a trasfondere nelle masse il socialismo; il popolo, forse, non ha compreso il significato dell'ordinamento del lavoro, ma sa di essersi battuto per esso, e quindi può non sembrargli strano il ritentare l'impresa. Il due decembre ha spaventato ogni partito, e tutti avrebbero desiderato far tregua alle contese onde abbattere il nemico comune, i socialisti han taciuto ed han quasi perduto il terreno che  avevano guadagnato. Le dicerie pubblicate dai rivoluzionarî francesi sono vuote declamazioni. Non si scrutano i varî rapporti, non si dimostra al minuto popolo quale sarebbe l'avvenire che, volendo, può conquistarsi: son formalisti e non altro. Tutti, si eccettui Proudhon, persistono nel grave errore di pretendere iniziare le riforme dall'alto [al] basso, imporle al popolo, e non farle sorgere spontanee dal basso in alto; e siccome ogni caporale di partito credesi il solo atto a praticare le proprie idee, che egli crede le sole vere e giuste, tutti si fanno propugnatori della dittatura, perché ognuno la spera per sé, non per ambizione, ma pour faire le bien, dicono i Francesi, per educare il popolo, dicono gl'Italiani; epperò, comeché il moderno socialismo fosse nato in Francia, non è la Francia piú innanzi dell'Italia nella pratica di tali dottrine. Inoltre, il compimento della sociale riforma deve in Francia superare ostacoli assai maggiori che in Italia, e perché il grande sviluppo dell'industria accumulando grandi capitali ha creato potenti e numerose forze che resistono; e perché bisogna  ridonare la vita al Comune, spenta affatto dall'unità francese, mentre in Italia essa è latente, mavigorosa e pronta a svilupparsi. Quindi non solo l'Italia ha in sé probabilità di moto maggiori che la Francia, ma la soluzione del problema sociale è molto piú facile ed omogenea all'Italia che alla Francia.

Seguiamo il confronto fra le due Nazioni, e cerchiamo discernere per quale delle due,  ammesso il moto, è piú facile il successo. Parigi è la sola città della Francia ove l'insorgere èpossibile; ivi, egli è vero, sono raccolti grandi mezzi di resistenza, ma il popolo parigino è numeroso ed arrischiato, il vacillare delle soldatesche facilissimo in una sí grande città, quindi facile la vittoria che menerà un partito al potere. La Francia pensa ed opera come Parigi: a Carlo X succede Luigi Filippo, a questi la repubblica, poi Cavaignac, Bonaparte, l'Impero… ed in tuttiquesti cangiamenti, solo di nomi, la Francia intera si rimane tranquilla. Cangiano i pubblici funzionarî, piú per premiare i partegiani del nuovo potere che per punire quelli del caduto, pronti sempre ad inchinarsi al vincitore, tanto è cieca la disciplina. Ubbidienza a chi comanda è la formola che regge la Francia intera; il re, il governo provvisorio, il presidente, l'imperatore… qualunque, infine, sia il nome del potere che siede sovrano a Parigi, esso disporrà arbitrariamente delle forze di tutta la nazione. Fra i moderni, i suoi ordini militari sono ottimi, le schiere istrutte e costumate a fatica,il Francese per indole prode e facile all'esaltazione, le tradizioni militari brillanti e recenti, la fiducia nelle proprie forze grandissima, quindi formidabile, rispettata.

Continua...

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Estratto dell'articolo "Maggioranza e Minoranza"

Noi non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non intendiamo sopportare imposizioni di alcuno.
Felicissimi di veder fare da altri quello che non potremo far noi, pronti a collaborare cogli altri in tutte quelle cose quando riconosciamo che da noi non potremmo far meglio, noi reclamiamo, noi vogliamo, per noi e per tutti la libertà di propaganda di organizzazione di sperimentazione
La forza bruta, la violenza materiale dell’uomo contro l’uomo deve cessare di essere un fattore della vita sociale.
Noi non vogliamo, e non sopporteremmo gendarmi, nè rossi, nè gialli, né neri. Siamo intesi?
[cit. Umanità Nova anno I, n 168, Milano il settembre 1920.]