venerdì 25 febbraio 2011

La rivoluzione di Carlo Pisacane - I partiti in Italia

Estratto de "La rivoluzione" di Carlo Pisacane,4 capitolo

XIV. I partiti in Italia
Se per numerare i partiti in Italia ci faremmo con microscopica diligenza a discutere le minime gradazioni, e vorremmo tener conto di una turba di persone che affannosi brulicano intorno ai troni, l'impresa riuscirebbe faticosa ed ingrata. Cotestoro non sono che individui, le cui opinioni mutano al mutare degli eventi: ora veggono il re di Sardegna cacciare d'Italia stranieri, principi, papa, ed incoronarsi re d'Italia; ora promettono corone ed assicurano successi in virtú d'un credito che mai ebbero o piú non hanno; oppure distribuiscono l'Italia ai varî principi d'una dinastia, e cangiano il pensiero italiano in servitú per una schiatta principesca, e vorrebbero richiamare a vita antichi regni, coi suoi baroni, i suoi pari, i suoi prelati, e tutta la pompa del feudalismo; altri, e sono i piú abbietti, cercano un re oltr'Alpi invocando l'appoggio d'un avventuriero e degli assassini di Roma. Sono tra questi dottrinarî, paghi di esprimere moderatamente i loro pensieri, badando, come essi medesimi dicono, che la scienza non uscisse dalla sua innocenza, ovvero si riducesse ad una pura perdita di tempo; vi sono banchieri e commercianti le cui faccende prosperano, e quindi temono qualunque rivolgimento che ne ristagnasse il corso. Ma questi non sono partiti, neppur sette, sono individui, ripeto, esuli i piú, a' quali l'esilio, sorgente per la maggior parte di miserie e dolori, fruttò loro onori, considerazioni, lucri, che mai ottennero nel proprio paese. Rispettando in questa numerosa schiera i pochissimi illusi perché non vogliono darsi la pena di pensare, e perché Natura li creò d'animo poco gagliardo, spregiamo la generalità; né ci faremo a rimescolare un tal fango, le nostre riflessioni si rivolgeranno su coloro che meritano il nome di partito.

I regî bramano la guerra europea; e leggendo come casa Savoia, barcheggiando fra Austria e Francia, abbia ingrandito i suoi Stati, sperano che si possa porre ad effetto la cacciata dello straniero, e costituire un forte regno boreale arbitro de' destini italiani. Il principio loro è quello sviluppato dal Balbo, tendere all'unità col successivo ingrandimento de' varî Stati italiani. Noi teniamo bene, e l'abbiamo dimostrato, che questo successivo ingrandimento è di ostacolo all'unità: che uno Stato italiano non darà mai norma agli altri, ma accrescerà in quelli l'occulto potere ed il credito de' stranieri; abbiamo emessa distesamente la nostra opinione riguardo al significato che diamo alla parola nazionalità, epperò non possiamo riscontrare la nazionalità italiana negli abitanti della vallata del Po, retti secondo i capricci di un principe; ed in ultimo, insegnandoci la storia con severissima lezione, che le guerre regie combattute in Italia son sempre state scaturigine di miserie ed umiliazione, rispettiamo una tale opinione, ma la logica ed il cuore si ricusano a dichiararla italiana. L'altro partito che raccoglie sotto la sua bandiera la piú ardita e generosa gioventú, è il repubblicano. Assennati da' passati disastri non han fede alcuna ne' principi, il risorgimento d'Italia, la cacciata dello straniero, la sperano dalle proprie forze, da una rivoluzione. Si distaccano alquanto da questi un numero limitatissimo d'individui che si dicono federalisti: per gli unitarî lo scopo principale è la nazionalità, pei federalisti la libertà; quelli escludono qualunque intrusione straniera, questi accetterebbero la libertà dalla Francia, quasi che la libertà potesse riceversi in dono, e cosí federalisti ed unitarî, per soverchia esclusività ne' loro sistemi, errano, non potendo esistere, come nei precedenti capitoli abbiamo dimostrato, nazionalità senza libertà, né questa senza quella. I federalisti hanno piú chiari e recisi concetti politici, sono repubblicani di principî; gli unitarî sentono piú fortemente la dignità nazionale, ma non sono repubblicani che di forme. Quindi repubblicani unitarî, federalisti e regî sono i tre partiti che si riscontrano in Italia, ma i due ultimi aspettano l'impulso d'altronde, e son ben rari fra loro gli uomini d'azione, i piú son dottrinarî; i primi invece vanno fastosi di una schiera nobilissima di martiri e contano quaranta anni di vita operosissima. Inoltre, tanto i regî, come abbiamo detto, quanto i federalisti, appartengono quasi tutti all'Italia boreale o alla Sicilia, gli uni contenti di un regno, gli altri di una cisalpina, mentre gli unitarî abbracciano nelle loro mire l'intera penisola, dalle Alpi al Lilibeo, epperò, se non vogliasi disconoscere il vero, i soli che abbiano un carattere reciso di partito italiano sono i repubblicani unitarî. Gli avversarî accusano questo partito di debolezza e discordia, e correndo dietro una chimera, ma è forza riconoscere che sono i soli i quali si adoperano a dar corpo a cotesta chimera, senza attendere che la manna piombi dal cielo. Dal detto possiamo conchiudere che, quantunque l'energia arricchisce l'Italia di tanti diversi concetti per quanti uomini pensanti essa conta, il che dal volgo è tolto quale disgrazia, fatto studio sulle diverse opinioni, tre soli partiti abbiamo visto nettamente coloreggiarsi, de' quali due limitarsi a sperare, un solo operoso. Senza che, fra queste tre parti, che in apparenza sembrano escludersi, havvi eziandio un punto di contatto: l'odio ai stranieri; sentimento ad ogni altro prevalente in un cuore italiano. E fatta eccezione di alcuni servili, o salariati, o baroni, che ambiscono d'essere senatori, o strisciare nelle anticamere de' re, il partito regio in Italia ha un carattere affatto diverso da quello che hanno i realisti d'oltralpe; non è simpatia per la monarchia, o per una schiatta, ovvero, come dicono i Francesi, dévouement, che legali al trono, ma è il bisogno che essi sentono d'un appoggio, per la poca fiducia che hanno ne' rivolgimenti popoleschi. Del pari, le opinioni de' repubblicani, meno pochi, avvicinansi assai piú al dubbio, ovvero ad un'oscura ed incerta percezione di rapporti, che all'evidenza; son repubblicani perché convinti che i principi non vogliono né possono volere l'unità e l'indipendenza italiana ma regî e repubblicani saranno tutti con quell'insegne che prime muoveranno arditamente e lealmente contro li stranieri. Il modo adunque per discernere quale partito è il piú forte, non è, in Italia, quello di numerarlo; l'azione, indubitatamente, farà sparite i partiti, li raccoglierà sotto la medesima bandiera; ma invece bisogna studiare quale abbia maggior probabilità d'iniziativa, quale, pei principî che propugna, potrà solvere  piú facilmente i tanti ostacoli che si presentano.Nel ragionare della nazionalità abbiamo visto come lo stato presente d'Europa, le questioni che vi si agitano, l'energia italiana, le tradizioni municipali, la difficoltà dell'impresa, non rendono possibile il risorgimento italiano, che da una rivoluzione radicale e sentita, epperò l'utile delle masse sarà come un torrente che trarrà seco alla battaglia gl'Italiani d'ogni opinione. Seguiamo ora il successivo sviluppo di queste opinioni in tutte le diverse loro fasi, facciamo studio sugli insegnamenti del passato, onde scorgere ove la forza delle cose, ovvero il fato della nazione, ci condurrà.

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Estratto dell'articolo "Maggioranza e Minoranza"

Noi non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non intendiamo sopportare imposizioni di alcuno.
Felicissimi di veder fare da altri quello che non potremo far noi, pronti a collaborare cogli altri in tutte quelle cose quando riconosciamo che da noi non potremmo far meglio, noi reclamiamo, noi vogliamo, per noi e per tutti la libertà di propaganda di organizzazione di sperimentazione
La forza bruta, la violenza materiale dell’uomo contro l’uomo deve cessare di essere un fattore della vita sociale.
Noi non vogliamo, e non sopporteremmo gendarmi, nè rossi, nè gialli, né neri. Siamo intesi?
[cit. Umanità Nova anno I, n 168, Milano il settembre 1920.]