mercoledì 10 novembre 2010

Facebook: un dispositivo omologante e persuasivo - Prima parte

da carmillaonline.com

[Saggio pubblicato sul n. 347 della rivista Aut Aut, "Web 2.0. Un nuovo racconto e i suoi dispositivi", luglio-settembre 2010.
Maria Maddalena Mapelli, filosofa, si occupa di Rinascimento, virtuale e formazione. Coordina il blog Ibridamenti dell'Università Ca' Foscari di Venezia
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Facebook [1] – quattordici milioni [2] di utenti italiani – è un dispositivo social (siamo tutti “amici”) e sicuramente di successo (ma come, non sei su Facebook?), ma è anche un dispositivo persuasivo , nel senso che induce comportamenti automatici e prevedibili (ci vuole, appunto, tutti veri e social ) e al tempo stesso omologante, nel senso che induce, in noi utenti, assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione, regimi di visibilità che ci rendono seriali e simili. Su Facebook si è più soggetti costituiti, che soggetti costituenti. Facebook accentua caratteristiche già presenti in altri luoghi della rete, rivelandosi così un esempio significativo di dispositivo-specchio, cioè di dispositivo che crea effetti di somiglianza con il “reale” e impone specifici assetti identitari.
Il dispositivo, dice Deleuze sviluppando un concetto foucaultiano, [3] è una macchina per far vedere e per far parlare : consideriamo allora anche i social network come dispositivi che abitiamo [4] e che orientano i nostri pensieri e la nostra immaginazione, disciplinano i nostri corpi e il nostro modo di interagire, veicolano, a seconda dei casi, differenti regimi discorsivi e di visualizzazione, promuovono, per continuare a usare la terminologia di Deleuze, processi di soggettivazione.
I dispositivi si rivelano appunto “regimi, da definire, del visibile e dell’enunciabile”, regimi di eventi discorsivi e non discorsivi al cui interno sono rintracciabili “linee di visualizzazione” e “linee di enunciazione” e, ancora, linee di fuga e di rottura innescate da precisi processi di soggettivazione. [5] Si tratta quindi di indagare, nei mondi virtuali contemporanei, la permanenza dei tratti distintivi dei dispositivi che hanno prodotto fin dall’antichità immagini virtuali e assetti identitari. Per dispositivi-specchio intendiamo dispositivi che producono immagini virtuali e perciò immagini riflesse; intendiamo quindi quelle macchine per far vedere e per far parlare generate all’incrocio tra saperi, pratiche (techne, arti) e poteri. Possiamo solo accennare ai capitoli di una genealogia del virtuale [6] che ne analizzi nei dettagli le caratteristiche: la catottrica euclidea, lo specchio non riflettente che nell’iconografia medievale è simbolo speculare del divino e del diabolico, [7] la macchina prospettica messa in scena da Brunelleschi, [8] lo specchio come fenomeno–soglia che “marca i confini tra immaginario e simbolico”, [9] lo specchio come metafora per eccellenza del filosofare [10] (metafora dei teologi, dei mistici e degli eretici, metafora-soglia tra uno e molteplice, visibile e invisibile, umano e divino, finito e infinito, documentale e finzionale), lo specchio come metodo per conoscere e accedere alla verità (dalla rivalutazione della facoltà aristotelica della phantasìa [11] avvenuta in età umanistico rinascimentale, alla recente scoperta dei neuroni-specchio [12] ). E ancora: lo specchio “maestro de pittori” (Leonardo da Vinci, Trattato della Pittura ), lo specchio come elemento semiotico [13] che, all’interno del dipinto, inaugura una riflessione sui rapporti tra autore, opera e spettatore (Van Eych, Il ritratto degli sposi Arnolfini ) pe r divenire, poi, matrice dell’autoritratto e del ritratto proprio nel momento in cui, attorno al 1450 in Europa si affina l’arte di fabbricazione degli specchi piani grazie all’invenzione, da parte dei veneziani di Murano, del vetro cristallino , per approdare appunto ai dispositivi-specchio contemporanei che generano, incessantemente, attraverso gli schermi dei nostri computer, immagini virtuali.
Fatte salve le discontinuità e le linee di frattura presenti nella storia di lunga durata dei dispositivi-specchio , un elemento di continuità è rintracciabile nel fatto che, da sempre, l’immagine virtuale (l’immagine generata da uno specchio) appartiene all’ambito della techne : le immagini virtuali prodotte da uno specchio sono frutto di una techne di produzione umana. Il loro statuto ontologico, quindi, è differente da quello dei riflessi naturali, come l’immagine riflessa di Narciso che si specchia ad una fonte d’acqua, o come le ombre della caverna di Platone: le immagini generate da uno specchio sono invece artificio, illusione, inganno (allucinazione). Ecco che gli stessi dispositivo-specchio veicolano regimi discorsivi differenti - se non contrapposti - a seconda che in essi prevalgano la valorizzazione o la non-valorizzazione della techne , della capacità, tutta umana, di produrre, nel nostro caso, immagini virtuali e di veicolare assetti identitari.
Continua nella Seconda parte


 Note
1 I contenuti di questo testo saranno sviluppati nel saggio di prossima pubblicazione, Mapelli M., Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook, Mimesis, Milano, in press e sono l’esito di un percorso di ricerca condotto presso l’Ehees di Parigi e la Scuola di Dottorato in Scienze della Cognizione e della Formazione di Ca’Foscari (Ve).

2 Osservatorio Facebook , ,Italiani iscritti a Facebook 28 febbraio 2010 (http://www.vincos.it/osservatorio-facebook/).

3 Deleuze G., Qu’est-ce qu’un dispositif , Edition du Seuil, Paris 1989, tr. it. Che cos’è un dispositivo? , Edizioni Cronopio, Napoli 2007. Si veda anche Revel J., Dictionnaire Foucalt , Ellipses, Paris, 2008, pp. 41-42 ; Agamben G., Che cos’è un dispositivo , Nottetempo, Roma 2006.

4 Fiorini L. (a cura di) Cittadinanzadigitale., Junior, Azzano S. Paolo (BG) 2009, Maistrello S., La parte abitata della rete, Tecniche Nuove, Milano 2007.

5 Vedi nota 2.

6 Il concetto di dispositivo da noi utilizzato rielaborato da Deleuze fa riferimento a Foucault e alla svolta “genealogica” della sua ricerca: in particolare alla definizione proposta da Foucault nel 1977 nel corso di un dibattito con gli psicoanalisti lacaniani della rivista “Ornicar”.

7 Melchior-Bonnet S., Histoire du miroir, Edition Imago, Paris 1994

8 Panofsky E., Die Perspektive als “symbolische Form”, Wortrage der Bibliothek Warburg, Herausgegeben von Fritz Saxl, 1924-25; Damisch H., L’origine de la perspective, Flammarion, Paris 1987; ID, Théorie du nuage. Pour une histoire de la peinture, Paris 1972, pp. 157-171; Gombrich E., Mirror and Map: Theories of Pictural Representation, in “Philosophical Transactions of the Royal Society of London”, Serie B, CCLXX, 903, London 1975 pp. 119-149

9 Eco U., Sugli specchie altri saggi. Il segno, la rappresentazione, l’illusione, l’immagine, Bompiani, Bologna 1985 (2001) p. 10.

10 Tagliapietra A., La metafora dello specchio, Bollati Boringhieri, Torino 2008.

11 Phantasìa intesa come apparizione: Pigeaud J., Folie et cures de la folie chez les médicins de l’antiquité gréco-romaine. La manie, Les Belles Lettres, Paris 1987; tr. it. La follia nell’antichità classica. La mania e i suoi rimedi, Marsilio, Venezia 1995, pp. 116-117.

12 Rizzolati G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Cortina, Milano 2006; Cappelletto C., Neuroestetica. L’arte del cervello, Laterza, Roma-Bari 2009.

13 Stoichita V., L’invenzione del quadro. Arte, artefici e artifici nella pittura europea, Il Saggiatore, Milano, 1998 [2004] pp.155-199.


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Estratto dell'articolo "Maggioranza e Minoranza"

Noi non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non intendiamo sopportare imposizioni di alcuno.
Felicissimi di veder fare da altri quello che non potremo far noi, pronti a collaborare cogli altri in tutte quelle cose quando riconosciamo che da noi non potremmo far meglio, noi reclamiamo, noi vogliamo, per noi e per tutti la libertà di propaganda di organizzazione di sperimentazione
La forza bruta, la violenza materiale dell’uomo contro l’uomo deve cessare di essere un fattore della vita sociale.
Noi non vogliamo, e non sopporteremmo gendarmi, nè rossi, nè gialli, né neri. Siamo intesi?
[cit. Umanità Nova anno I, n 168, Milano il settembre 1920.]