da Libcom
E 'passato molto tempo dall'ultima chiamata di solidarietà per gli anarchici bielorussi (http://abc-belarus.org/?p=133&lang=en). Oggi dobbiamo ammettere che la nuova ondata di solidarietà è urgente e importante per un aiuto a chi è dentro la prigione. Ecco perché vi chiediamo di partecipare a delle giornate di azione di solidarietà per i prigionieri politici bielorussi (dal 30 giugno al 2 luglio).
Gli attivisti Ihar Alinevich, Mikalai Dziadok, Artsiom Prakapenka, Pavel Syramolatau, Aliaksandr Frantskievich, Jauhen Vas'kovich, che sono stati arrestati tra l'autunno del 2010 e l'inverno del 2011 e poi condannati da 3 a 8 anni di carcere nel maggio 2011 per una serie di attacchi allo Stato e ai simboli del capitale, stanno finendo il loro secondo anno in prigione. Durante questo periodo i loro compagni e parenti hanno fatto del loro meglio per aiutarli a sentirsi a proprio agio in prigione o in semi-libertà. Nell'ottobre 2011 sono stati riconosciuti prigionieri politici da varie organizzazioni per i diritti umani. Questo fatto ha dato loro maggiori possibilità di essere liberati al più presto, perché al momento il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, affronta la pressione da parte dell'Unione europea con le esigenze di liberare tutti i prigionieri politici e depenalizzarli. Da agosto 2011 ha già perdonato più di 30 di loro, ma a nessuno dei nostri compagni è stata concessa la libertà. Lukashenko ha dichiarato pubblicamente, che egli perdonerà solo quelli scriveranno una petizione per il loro perdono, ammettendo così la loro colpa e chiedendo a lui personalmente la misericordia. Tutti gli altri rimarranno in prigione, ha affermato. In effetti, due compagni, Mikalai Dziadok e Alexandr Frantskevich, avevano già chiesto se volevano firmare la petizione nel mese di agosto 2011, ma essi si sono rifiutati di farlo. Ora ci sono 13 prigionieri politici non rilasciati in Bielorussia, tra loro ci sono 5 nostri compagni e in più uno è in carcere, per azione di solidarietà a costoro. Siamo sicuri che nessuno di loro chiederà pietà, perché sarebbe una vergogna per un anarchico o una qualsiasi persona onesta. Tutti i prigionieri hanno sperimentanto in prima persona i metodi di repressione da parte dell'amministrazione delle carceri dove sono detenuti*, perché Lukashenko vuole essere il vincitore in questa situazione e fare come se non fosse l'Unione europea a costringerlo a liberare i prigionieri politici -per il timore di sanzioni politiche ed economiche- ma come se fosse la sua buona volontà nel perdonarli. Ci opponiamo con forza al fatto che i nostri compagni sono ora oggetto di scambi di prestazioni con l'Unione europea e condanniamo la pressione repressiva che sperimentano su loro stessi *. Chiediamo a tutti di protestare contro questa tortura ed esigere la liberazione immediata dei prigionieri politici in Bielorussia, tra cui gli anarchici.
Accogliamo con favore azioni di solidarietà di ogni genere a partire da ora, per aumentare i solidali durante quei giorni. Ti chiediamo anche di fare azioni di solidarietà, almeno una volta al mese se è possibile, anche dopo i giorni di solidarietà. Abbiamo bisogno di una pressione costante sul regime e sui politici europei in questa situazione. Che sia un non-stop continuo di azioni in tutto il mondo, fino a quando i nostri compagni saranno liberi!
Croce Nera Anarchica Bielorussia
Amici e parenti degli arrestati
* I casi di pressione sui prigionieri comprendono: trasferimenti ad altri istituti di pena, la privazione di approvvigionamento alimentare da fuori, tagli per le date (incontri) con i parenti, privazione di telefonate, ritardi e lacune nella fornitura di lettere, isolamento, trasferimenti in impianti con regimi speciali, ecc
(tradotto da (A)rete nei Cirenaici)
Nexus Co.
Blog di Storia del Movimento Anarchico, di Riflessioni libertarie e di Attualità
giovedì 31 maggio 2012
Chiamata per la solidarietà ai prigionieri politici bielorussi
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Repressione del giorno dei lavoratori organizzato a Tokyo
da Libcom
Una giornata dei lavoratori, organizzata a Tokyo, è stato tenuta in isolamento, per quasi quattro mesi, dalla polizia per una finestra rotta.

Il 9 febbraio 2012, durante una manifestazione pacifica in difesa dei diritti dei senzatetto che hanno vissuto per oltre 20 anni nel fiume Tatekawa Park, manifestazione svoltasi di fronte al Municipio della città di Tokyo, Sono Ryota è stato arrestato e incarcerato nel centro detenzione di Tokyo. Il 31 maggio non è stato rilasciato, e gli è stata negata la cauzione il 25 maggio.
Da diversi anni, Sono è stato un portavoce per i movimenti sociali in Giappone che lottano per il diritto di vivere. Ha partecipato in particolare nelle lotte contro l'evacuazione dei senza fissa dimora, giovani lavoratori precari e, dal disastro di Fukushima, contro l'industria nucleare. E' stato arrestato nel settembre 2011 durante una manifestazione anti-razzista a Tokyo ed è stato rilasciato 23 giorni dopo grazie una petizione internazionale firmata da 7000 persone. E' stato arrestato di nuovo in un'azione poliziesca del 12 febbraio 2012, con l'accusa di distruzione di proprietà e "ostruzione forzata del business". Oggi è rinchiuso e in isolamento in una cosiddetta cella "protettiva", in condizioni disumane, in attesa del processo. Attualmente, solo i suoi avvocati possono fargli visita in carcere.
La rete No-Vox, in connessione con il Comitato Giapponese per Sono Ryota, ha fatto partire una grande campagna internazionale a favore della sua liberazione immediata e per l'abbandono di tutte le spese processuali.
In nome della solidarietà internazionale, per i diritti umani e delle libertà fondamentali, e per la libertà di espressione, chiediamo la liberazione di Sono Ryona.
Per altre informazioni sulle lotte al Tatekawa Tent Park, vedere:
http://san-ya.at.webry.info/201203/article_12.html
La petizione è online a questo sito:
https://docs.google.com/spreadsheet/viewform?formkey=dDN3ZW1BRFpuZ3picXVNNXNRanE0TVE6MQ#gid=0
Per altre informazioni su San'ya e altri scioperi dei giorni dei lavoratori in Giappone, vedere:
http://libcom.org/library/1990-worker-insurgency-osaka
http://libcom.org/forums/news/repression-revolt-japan-18062008
Testo della petizioni originale dal Tatekawa Tent Park:
Sulla soppressione del diritto di protestare da parte di un'alleanza collusiva tra il governo locale e la polizia:
Ci sono un certo numero di persone senzatetto che vivono nel Parco Tatekawa River Bed nel Koto Ward di Tokyo. Essi hanno avuto rapporti di amicizia con i residenti locali per un certo numero di anni. Tuttavia, nei mesi scorsi, il governo locale sta rimuovendo forzatamente persone senza fissa dimora dal parco, con il supporto della polizia e di una ditta di sicurezza privata. Si è detto che questo è per motivi di riqualificazione di questa zona, come risultato dalla costruzione del Tokyo Sky Tree. Il capo di Koto Ward ha anche cercato di incitare l'ostilità nei residenti locali contro le persone senza fissa dimora, dicendo che "avere persone senza fissa dimora nel parco è fastidioso." (Per altri dettagli, vedere: http://san-ya.at.webry.info/201203/article_12.html)
Il 9 febbraio 2012, circa 10 persone si sono diretti in un ufficio di Koto Ward per protestare contro lo sfratto violento di persone senza fissa dimora, che è stata effettuata il giorno prima da parte dei funzionari del quartiere, guardie e poliziotti. I funzionari si sono barricati dentro l'ufficio, lasciando i manifestanti fuori dall'ufficio: e in questa confusione, Sono Ryota è stato arrestato con l'accusa di presunta distruzione di proprietà, dopo che un vetro è stato rotto.
Il 29 febbraio, Ryota è stato nuovamente rinviato a giudizio per l'accusa di presunta ostruzione forzata di business. E' ancora detenuto in prigione a Tokyo. (Per altri dettagli sulla situazione, vedere http://solfeb9.wordpress.com/)
La polizia ha torturato e umiliato Ryota, mettendolo in isolamento. I pubblici ministeri hanno impedito il contatto tra Ryota e i suoi sostenitori; i pubblici ministeri sono riusciti anche a farlo condannare il 29 febbraio. La polizia sta privando Ryota della sua libertà e impone ulteriori sanzioni per prolungare la sua detenzione. Non ci sono fondati motivi per cui lui deve ricevere questo tipo di trattamento: egli ha solo protestato contro la violenza del governo locale. Abbiamo bisogno delle vostre firme per chiedere il rilascio su cauzione di Ryota da questa detenzione ingiustificabile.
(tradotto da NexusCo)
Una giornata dei lavoratori, organizzata a Tokyo, è stato tenuta in isolamento, per quasi quattro mesi, dalla polizia per una finestra rotta.

Il 9 febbraio 2012, durante una manifestazione pacifica in difesa dei diritti dei senzatetto che hanno vissuto per oltre 20 anni nel fiume Tatekawa Park, manifestazione svoltasi di fronte al Municipio della città di Tokyo, Sono Ryota è stato arrestato e incarcerato nel centro detenzione di Tokyo. Il 31 maggio non è stato rilasciato, e gli è stata negata la cauzione il 25 maggio.
Da diversi anni, Sono è stato un portavoce per i movimenti sociali in Giappone che lottano per il diritto di vivere. Ha partecipato in particolare nelle lotte contro l'evacuazione dei senza fissa dimora, giovani lavoratori precari e, dal disastro di Fukushima, contro l'industria nucleare. E' stato arrestato nel settembre 2011 durante una manifestazione anti-razzista a Tokyo ed è stato rilasciato 23 giorni dopo grazie una petizione internazionale firmata da 7000 persone. E' stato arrestato di nuovo in un'azione poliziesca del 12 febbraio 2012, con l'accusa di distruzione di proprietà e "ostruzione forzata del business". Oggi è rinchiuso e in isolamento in una cosiddetta cella "protettiva", in condizioni disumane, in attesa del processo. Attualmente, solo i suoi avvocati possono fargli visita in carcere.
La rete No-Vox, in connessione con il Comitato Giapponese per Sono Ryota, ha fatto partire una grande campagna internazionale a favore della sua liberazione immediata e per l'abbandono di tutte le spese processuali.
In nome della solidarietà internazionale, per i diritti umani e delle libertà fondamentali, e per la libertà di espressione, chiediamo la liberazione di Sono Ryona.
Per altre informazioni sulle lotte al Tatekawa Tent Park, vedere:
http://san-ya.at.webry.info/201203/article_12.html
La petizione è online a questo sito:
https://docs.google.com/spreadsheet/viewform?formkey=dDN3ZW1BRFpuZ3picXVNNXNRanE0TVE6MQ#gid=0
Per altre informazioni su San'ya e altri scioperi dei giorni dei lavoratori in Giappone, vedere:
http://libcom.org/library/1990-worker-insurgency-osaka
http://libcom.org/forums/news/repression-revolt-japan-18062008
Testo della petizioni originale dal Tatekawa Tent Park:
Sulla soppressione del diritto di protestare da parte di un'alleanza collusiva tra il governo locale e la polizia:
Ci sono un certo numero di persone senzatetto che vivono nel Parco Tatekawa River Bed nel Koto Ward di Tokyo. Essi hanno avuto rapporti di amicizia con i residenti locali per un certo numero di anni. Tuttavia, nei mesi scorsi, il governo locale sta rimuovendo forzatamente persone senza fissa dimora dal parco, con il supporto della polizia e di una ditta di sicurezza privata. Si è detto che questo è per motivi di riqualificazione di questa zona, come risultato dalla costruzione del Tokyo Sky Tree. Il capo di Koto Ward ha anche cercato di incitare l'ostilità nei residenti locali contro le persone senza fissa dimora, dicendo che "avere persone senza fissa dimora nel parco è fastidioso." (Per altri dettagli, vedere: http://san-ya.at.webry.info/201203/article_12.html)
Il 9 febbraio 2012, circa 10 persone si sono diretti in un ufficio di Koto Ward per protestare contro lo sfratto violento di persone senza fissa dimora, che è stata effettuata il giorno prima da parte dei funzionari del quartiere, guardie e poliziotti. I funzionari si sono barricati dentro l'ufficio, lasciando i manifestanti fuori dall'ufficio: e in questa confusione, Sono Ryota è stato arrestato con l'accusa di presunta distruzione di proprietà, dopo che un vetro è stato rotto.
Il 29 febbraio, Ryota è stato nuovamente rinviato a giudizio per l'accusa di presunta ostruzione forzata di business. E' ancora detenuto in prigione a Tokyo. (Per altri dettagli sulla situazione, vedere http://solfeb9.wordpress.com/)
La polizia ha torturato e umiliato Ryota, mettendolo in isolamento. I pubblici ministeri hanno impedito il contatto tra Ryota e i suoi sostenitori; i pubblici ministeri sono riusciti anche a farlo condannare il 29 febbraio. La polizia sta privando Ryota della sua libertà e impone ulteriori sanzioni per prolungare la sua detenzione. Non ci sono fondati motivi per cui lui deve ricevere questo tipo di trattamento: egli ha solo protestato contro la violenza del governo locale. Abbiamo bisogno delle vostre firme per chiedere il rilascio su cauzione di Ryota da questa detenzione ingiustificabile.
(tradotto da NexusCo)
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mercoledì 30 maggio 2012
La faglia di San Capitale
da Ἐκβλόγγηθι Σεαυτόν Asocial Network
L'Italia, come si sa, è
terra ballerina.
Fondamentalmente, non esiste nessuna porzione della Penisola che sia
immune da eventi sismici. In Italia si sono avuti terremoti
disastrosi, anche con decine di migliaia di morti; per non nominare i
soliti, e più vicini, ne voglio ricordare uno lontanissimo, e
forse non noto ai più. Il cosiddetto Terremoto della
Rotta del 3 gennaio 1117.
Riportato nella cronaca di Landolfo Iuniore, quel terremoto, che
sconvolse l'intera Italia settentrionale fino alle porte di Pisa, fu
avvertito fino a Reims. L'intera Pianura Padana, da Cividale del
Friuli fino a Pavia, fu rasa al suolo; fu detto della Rotta
perchè cambiò il
corso dell'Adige. Il suo epicentro sembra essere stato a Ronco
all'Adige, presso Verona; e la città di Verona fu tra le più
colpite. La città nel suo aspetto altomedievale fu cancellata;
crollò anche una parte dell'Arena, creandone la forma “ad
ala” che si vede ancora adesso. La Verona romanica fu in massima
parte figlia della ricostruzione dopo quell'evento disastroso; ma
colpite in maniera gravissima furono anche Padova, tutta l'area tra
Piacenza e l'Appennino Tosco-Emiliano, Milano, Pavia, Bergamo,
Treviso, Venezia, Parma, Cremona e Modena. Si
ipotizzano, studiando le cronache ed altre testimonianze documentali
coeve, circa trentamila morti. Si ebbero violentissime scosse di
assestamento per tutto l'anno 1117: il 12 gennaio, il 4 giugno, il 1°
luglio, il 1° ottobre e il 30 dicembre. In tutte le città
colpite si ebbe poi una ricostruzione frenetica, rapidissima; in
definitiva, il Terremoto della Rotta determinò il vero stacco
tra l'alto Medioevo e i periodi successivi in tutta l'Italia del
Nord, fino alla Toscana; stacco che, nelle strutture storiche di
parecchie nostre città, è ancora perfettamente
visibile.
Solo
per dire che dei terremoti come quello del 20 maggio e di oggi, in
Italia, pur essendo naturalmente degli eventi gravi e luttuosi non
sono classificabili tra i maggiori, né per quanto riguarda i
danni, né la quantità delle vittime. Ho 49 anni, e
nell'arco della mia vita, che è ancora breve, ci sono stati i
400 morti del Belice, i 1000 del Friuli, i 3000 dell'Irpinia e i 400
dell'Aquila; oltre a non so quanti terremoti più limitati
(Tuscania, Sicilia sudorientale, Umbria/Marche, San Giuliano di
Puglia...). Potrei fare in tempo a vedere, in Italia, almeno un paio
di altri terremoti veramente catastrofici e cinque o sei come quello
di oggi. Però, quello di oggi almeno una peculiarità ce
l'ha. O forse no. O forse accade sempre così. Chissà.
Riassumiamo.
Il 20 maggio, in una zona definita “poco sismica” (e magari,
quindi, con criteri costruttivi e parametri antisismici, diciamo,
“allentati” rispetto ad altre zone), batte un terremoto che
lascia tutti sbigottiti; figurarsi che, nel 1993, alcuni sismologi
riuniti a convegno in quel di Ferrara avevano ammonito che, il 17
novembre 1570, la città era stata colpita da un sisma
dell'VIII grado Mercalli che la aveva semidistrutta e provocato circa
200 morti e che, quindi, la zona non era affatto
al “riparo storico”, per chiamarlo così. Come in tutti i
terremoti superiori ad una certa magnitudo,
crollano case, chiese, infrastrutture, monumenti; e crollano
capannoni industriali.
La zona, infatti, ne è ricca; ha un tessuto
economico di tutto rispetto, c'è
il polo biomedicale,
si ragiona di fatturati misti a madonne e duomi, di imprese miste a
castelli e torri. La cosa singolare è che come simboli
di tale terremoto (di non eccelsa gravità, torno a dirlo con
il rischio di essere preso per il cinico che non sono affatto)
vengono presi la torre dell'orologio crollata e l'antico castello,
mentre i morti sono quasi tutti nei capannoni venuti giù come
fuscelli. A nessuno, chiaro, verrebbe di prendere un capannone
industriale come “simbolo”; nel capannone si possono fare solo
due cose. Lavorare e crepare. Ci lavorano e ci crepano italiani e
stranieri; bisogna mandare avanti la realtà
economica, basata sul mercato,
sull'imprenditorialità, sulle competenze, sulla qualità,
sulla competizione e sulla competitività. Batte il terremoto,
una domenica mattina alle quattro; e la domenica mattina alle quattro
muoiono degli operai al lavoro. Ma non era il giorno del Signore, la
domenica? Quello del riposo? Che ci stanno a fare delle persone a
lavorare in una fabbrica di qualcosa una domenica mattina ad ore
antelucane?
Eh,
certo. C'è da lavorare anche alle quattro di una domenica
mattina (magari con la solita storia commovente
di quello che sostituiva un collega malato, o qualcosa del genere, e
che quindi è morto al posto suo) perché così si
deve. Perché sennò i cinesi vincono. Perché
sennò i contratti non vengono rispettati. Perché il
mercato è spietato. Perché sennò la produzione
si arresta e sei fottuto. Perché sennò si delocalizza.
Perché sennò la fabbrica chiude, e se chiude si perdono
i posti di lavoro. Un
sacco di perché, però tutti riconducibili a due parole:
società
capitalista. E non
le uso certamente, queste due parole, per fare il solito
sovversivaiuòlo da due blogghi bucati; le uso per una semplice
relazione di causa e di effetto. La società così
strutturata, basata cioè sulla produzione concorrenziale
finalizzata al profitto mediante lo sgobbo “salariato”, ti fa
lavorare anche la domenica alle quattro del mattino. Se poi arriva il
terremoto, baby, sono affari tuoi. Tu chiamala, se vuoi, scalogna
nera.
Qualche
ora dopo, mentre si piange sulle rovine della torre e del castello e
mentre una gru salva la madonna dai calcinacci, l'imperativo non è
mica quello di mettersi un po' al sicuro (vista la quantità di
capannoni crollati e visti, soprattutto, i disgraziati che ci sono
morti dentro) e di aspettare finché tutto non si sia davvero,
prima o poi, calmato; no, bisogna ricominciare subito a lavorare,
produrre, sgobbare, concorrere. Altrimenti è la
fine, specialmente ora che la
società capitalista si sta trastullando col suo divertente
balocchino della “crisi”. Altrimenti gli imprenditori suicidi
superano le vittime del terremoto. Quindi, via con le “verifiche
strutturali” e con l' “agibilità”; e via al lavoro, a
macerie ancora fumanti. Al lavoro col terrore che tutto venga giù,
e mentre continuano scosse e scossettine di assestamento; ma il
terrore di non poter più passare la vita a servire un padrone
è molto, molto più forte. Non si può campare
la famiglia. Non si può
sperare nella famosa “vita migliore”, ottenuta magari arrivando a
Ferrara o a Modena da quello stesso Pakistan o da quella stessa India
dove il padrone sarebbe pronto anche domani a spostare la sua
attività se gli convenisse per la manodopera pagata venti
volte di meno. Non si può alimentare all'infinito il
meccanismo perverso di un intero mondo. Quindi, caro, vai a lavorare.
E subito.
A
questo punto, però, là sotto si prepara un altro bello
scherzetto. Un altro terremoto, a pochi giorni di distanza. Stavolta
un martedì mattina, con le maestranze tutte al lavoro in turno
diurno. E giù capannoni, manco fossero fatti di paglia e
sputo. Crolla la fabbrica delle porte blindate,
perché in questo frangente bisogna blindare tutto, sepolti
nella blindatura della paura e della sicurezza;
crolla la fabbrica dei componenti elettromedicali; crolla ogni cosa.
E stavolta se ne accorgono; qualcuno comincia timidamente a dire che
al lavoro non bisognava tornare affatto, che certe verifiche
sono state fatte un po' troppo in fretta, che un sacco di cose.
Senza, però, andare fino in fondo. Andare fino in fondo
significa rendersi conto che il lavoro la domenica mattina alle
quattro è normale. Tornare al lavoro tre ore dopo un terremoto
è normale. Emigrare dal Pakistan per venire a sgobbare in
fabbrica a San Felice sul Panaro è normale. Morire sotto le
macerie dei capannoni è normalissimo, come lo è morire
nel laminatoio esploso, nella cisterna satura di gas, nel cantiere
edile, nella stiva della nave, nel laboratorio al nero, nel camion
dopo dodici ore di guida senza fermarsi. Tornare a morire sotto le
macerie di altri capannoni è arcinormale. E si ha quindi la
ben precisa sensazione che il terremoto, in fondo, sia il minore dei
colpevoli. Mentre la faglia di San Capitale è sempre in movimento, e di morti ne fa migliaia al giorno.
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martedì 29 maggio 2012
Un faro di speranza oppure fumo e specchi? La "rivoluzione bolivariana" in Venezuela - Quarta Parte
Terza parte
Le comunità "a democrazia diretta" e il benessere
Mentre è chiaro che il controllo dei lavoratori e qualsiasi parvenza di autogestione non esiste nella stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro venezuelani -e nemmeno per l'economia nel suo complesso-, a livello internazionale, numerosi esponenti della sinistra hanno sostenuto che la democrazia diretta e l'autogestione esiste nei quartieri e nelle comunità povere. Più specificamente, si è sostenuto che i consigli comunali, che sono stati istituiti nei quartieri, formano la base di questa "democrazia diretta e potere dal basso" [148]. Come per il discorso delle fabbriche parzialmente o totalmente nazionalizzate, la retorica viene confrontata con la pratica: ovvero le iniziative dello Stato su queste comunità.
Il punto più importante è che i consigli comunali non si sono sviluppati organicamente, né sono stati creati direttamente dalle comunità stesse. Piuttosto, lo Stato li ha creati attraverso un processo dall'alto verso il basso. A un generale dell'esercito, Jorge Luis Gracia Carnerio, è stato affidato la responsabilità per il loro primo insediamento. Per impostare i consigli comunali, è stato deciso che sarebbero state raggruppate fino a 200 famiglie in ciascun consiglio di comunità. Il compito principale assegnato dallo Stato per questi consigli comunali, è stato quello di identificare e richiedere un finanziamento per i progetti delle comunità locali, e per identificare delle "casalinghe" a cui dare un salario. Certamente, molti progetti locali sono stati costruiti nell'ambito di tale regime, come parchi e campi sportivi. I fondi per questi progetti, tuttavia, sono custoditi presso l'Ufficio del Presidente e distribuiti tramite "comitati" regionali e nazionali, che sono legati allo Stato [149]. Lo Stato, quindi, ha l'ultima parola su quali progetti finanziare (ogni progetto può ricevere fino a $ 13.000). Questo ha fatto sì che fin dall'inizio, lo Stato abbia svolto un ruolo importante nel processo decisionale, e non sono stati i consigli comunali ad avere l'ultima parola su ciò che potesse essere finanziato o meno.
Lo Stato, inoltre, ha utilizzato i progetti associati ai consigli comunali per generare un senso di lealtà ad esso tra le comunità. Questo ha visto anche lo Stato nel cercare di trarre alcuni membri del Consiglio della Comunità nella propria rete di raccolta di informazioni. In una riunione ospitata dalla DISIP -la polizia politica di Stato- 450 membri del consiglio comunale sono stati incoraggiati a farsi coinvolgere nella raccolta di informazioni per le filiali di informazione statali [150]. Tali pratiche sono del tutto incompatibili con la costruzione vera e propria della democrazia diretta, e sono piuttosto dei tentativi di costruire la fedeltà allo Stato e il monitoraggio dei dissidenti.
La realtà è che alla fine, lo Stato può decidere quali progetti finanziare o meno; e ha lasciato anche i progetti dei consigli comunali aperti alla manipolazione del partito politico -un modo per cercare di garantire la lealtà verso lo stato. I progetti proposti dai membri del PSUV sono stati finanziati quasi inevitabilmente, mentre quelli avanzati dai membri esterni del PSUV sono stati spesso respinti. I consigli comunali hanno inoltre riferito, sotto pressione da parte dei dirigenti statali, a integrarsi nel PSUV, in termini di raccolta di voti per il partito e di addestramento. La realtà che lo Stato decide quali progetti finanziare, e usa questo potere per praticare il clientelismo politico, ha anche creato una situazione in cui la corruzione è diffusa all'interno di alcuni consigli comunali [151].
La logica gerarchica e di controllo dello Stato, si è dimostrata incompatibile con la democrazia diretta e la gente nei consigli comunali non hanno un reale controllo sulle loro vite. La democrazia diretta coinvolge sia le comunità che hanno il pieno controllo sulla propria vita e sia quella di avere la capacità di decidere collettivamente e democraticamente su tutte le questioni importanti che li riguardano, compresa la capacità di attuazione di tali decisioni senza governanti: se ciò non c'è, la democrazia diretta non esiste. Lo Stato comporta sempre la delega del potere nelle mani di pochi, la sua stessa logica viola ogni concetto di uguaglianza, libertà e democrazia diretta. Coloro che compongono gli organi direttivi e dei servizi di uno Stato, in quanto rappresentanti eletti e burocrati non eletti, hanno il potere reale. Essi hanno la capacità di prendere decisioni a nome della popolazione. Come tale, lo Stato è l'antitesi di uguaglianza, e non consente per la democrazia diretta di esistere realmente nelle entità che controlla. L'esistenza stessa dello Stato assicura, inoltre, che le divisioni esistenti nella società, definite da coloro che danno ordini e coloro che sono tenuti a obbedire a loro, non vengano alterati [152]. E' ridicolo affermare, di conseguenza, che la democrazia diretta e l'autogestione siano presente nelle istituzioni che lo Stato controlla in ultima analisi, come i consigli comunali.
Molti dei militanti della sinistra internazionale non vogliono ammettere che la democrazia diretta non esiste in Venezuela. Questo perché non riescono a vedere che un'istituzione gerarchica, come lo Stato, non può per sua stessa natura dare la libertà. Non si può permettere una vera e propria democrazia diretta, che comporterebbe un autogoverno, dei mandati, delle rotazioni e delegati richiamabili attraverso assemblee e consigli federati. Il posizionamento del potere nelle mani di pochi, e l'utilizzo di strutture statali che sono gerarchiche, assicurano che questo non accadrà e che la libertà e il socialismo saranno rinviate piuttosto che prepararsi all'attuazione di esse [153]. Infatti, se la gente si fosse veramente autogovernata e autogestita, non ci sarebbe bisogno di uno Stato, come non ci sarebbero i governanti e i governati. In una società che sia veramente uguale, le istituzioni gerarchiche gestite da una minoranza e che hanno il potere come lo Stato, potrebbero essere obsolete e, di fatto, contro-rivoluzionarie.
Le misiones sociales Bolivariane
Molti della sinistra hanno visto il benessere delle "misiones sociales" in Venezuela, condotte e gestite dallo Stato "bolivariano", come elementi costitutivi del socialismo e un tentativo nel creare una società partecipativa [154]. Le misiones, però, non sono state stabilite dallo Stato per costruire il socialismo, ma per fornire ai poveri l'accesso all'assistenza sanitaria primaria, agli alloggi, al miglioramento dell'istruzione di base e ai prodotti alimentari sovvenzionati dentro le logiche del capitalismo. Questo non significa negare che le misiones non abbiano avuto alcun beneficio. Secondo l'UNDP, il Venezuela ha un tasso di alfabetizzazione del 95% e il suo Indice di Sviluppo Umano migliorato da 0,656 nel 2000 a 0,735 nel 2011 [155]. Milioni di persone hanno accesso ai prodotti alimentari di base agevolati attraverso le misiones, mentre la disoccupazione, in senso stretto, è sceso dal 13,2% nel 2000 al 6,9% nel 2009 [156]. Il fatto che ci sono stati miglioramenti nella vita dei poveri, non deve essere minimizzato ma non dovrebbe essere nemmeno visto come una forma di socialismo.
Si deve anche riconoscere che i prezzi del petrolio sono estremamente elevati e hanno dato spazio allo Stato nel creare le misiones. Questo significa che molte persone hanno avuto dei miglioramenti, anche se limitati, nella loro vita senza che lo Stato dovesse mai andare contro i propri interessi reali o pregiudicare la posizione della classe dirigente al vertice della società. Gli alti funzionari statali e i capitalisti in Venezuela, continuano a godere di uno stile di vita particolarmente sontuoso. I poveri, nonostante ottengono un certo aiuto, vivono ancora in condizioni di povertà e questo non è stato rovesciato dallo Stato. Solo una rivoluzione sociale cambierà questo, come solo una vera e propria rivoluzione sociale sarebbe in grado di creare un'effettiva parità e che istituisca una società in cui tutte le esigenze delle persone possano essere soddisfatte.
Un'altra considerazione importante, in materia di benessere in Venezuela, è rendersi conto che la classe operaia, attraverso la lotta storiche e attuali, abbia vinto e difeso il diritto ad ottenere, almeno, un certo benessere dalla classe dirigente. Le lotte massicce, come il Caracazo, hanno giocato un ruolo enorme in questo. Come tale, deve essere riconosciuto che il benessere è anche una concessione che è stata imposta dalla classe dirigente venezuelana, tra cui l'élite "bolivariana". Usando la retorica populista, per essere rieletta, l'élite del PSUV deve cercare di continuare a mantenere in vita le misiones. Senza di loro, non avrebbero alcuna credibilità e le loro politiche di auto-interesse e pro-business sarebbero evidenti a tutti.
Nel fornire il benessere, lo Stato venezuelano non è univoco. Sotto pressione, tutti gli Stati forniscono qualche benessere, ma non possono porre fine al sistema che genera la necessità per il benessere. Questo perché gli Stati non possono mettere fine al capitalismo e al dominio di classe, quali sono, in primo luogo, le ragioni per le quali vi è la necessità per il benessere. Nello sfruttare e opprimere le persone, il capitalismo e il dominio di classe sapranno sempre generare e mantenere una situazione in cui alcune persone non hanno nulla. Collegato a questo, il fatto che una minoranza di persone, che sotto il capitalismo ha il monopolio sui mezzi di produzione, attraverso i diritti di proprietà che lo Stato fa rispettare, porta ad una maggioranza di persone all'essere licenziate e restare anche disoccupate. Lo Stato, al fine di mantenere il dominio di classe e una parvenza di stabilità, deve intervenire per alleviare alcuni di questi problemi che il capitalismo e il dominio di classe genera. Se così non fosse, diventa chiaro alla classe operaia come sia ingiusta l'élite che governa, e che dà la possibilità a una futura rivoluzione. Quindi gli Stati forniscono qualche benessere per cercare di mantenere lo status quo, definito da una élite sfruttatrice e dominante sulla classe operaia. Questo, purtroppo, si applica anche in Venezuela.
Le disposizione del benessere in Venezuela, come altrove e di conseguenza, sono una vittoria per la classe operaia e anche un segno di sfruttamento e di dominio sulla condotta della classe operaia. Sempre gli Stati, comunque, cercano di rendere, attraverso la chilometrica propaganda, che essi forniscono benessere, e che fanno parte del sistema che porta alla necessità del benessere. Quando gli Stati forniscono del benessere e che sostengono di agire come servi dei poveri e dei lavoratori, in realtà facilitano il loro sfruttamento e oppressione. È questa doppiezza che ha portato Malatesta a sostenere che lo Stato:
"non può mantenersi a lungo senza nascondere la sua vera natura dietro una pretesa di utilità generale; non può imporre il rispetto per le vite delle persone privilegiate se non sembra esigere il rispetto per la vita umana; non può imporre l'accettazione dei privilegi di pochi se non ha la pretesa di essere il custode dei diritti di tutti"[157].
Costretto a fornire un benessere di base, lo Stato pretende poi di farlo per gentilezza. Al di là delle sue politiche, lo Stato venezuelano ha anche delle regole in vigore per gli interessi di una élite (in particolare un'elitè allineata con i "bolivariani"), mentre distribuisce un pò di benessere per cercare di mascherare questa realtà ed alleviare i peggiori impatti del continuo dominio di classe.
Nonostante i benefici che sono venuti con le misiones, insieme con l'annessa propaganda chilometrica dello Stato, ci sono stati anche grandi problemi. Le misiones sono definite da rapporti gerarchici, con i membri attuali e passati delle forze armate che giocano un ruolo fondamentale nella pianificazione e nell'amministrazione. Questo ha lasciato le misiones aperte alla corruzione. Le imprese edili private, colluse con gli attuali o gli ex ufficiali militari di alto rango, sono stati le principali beneficiarie di contratti pubblici per costruire case e centri sanitari legati alle misiones. In questo processo, vi sono state tangenti e abuso di potere in maniera rampante. La realtà è che la corruzione è diffusa all'interno e intorno alle misiones; e ha anche fatto sì che milioni di persone non avessero un alloggio adeguato e sicuro. Questa situazione viene affrontata con un ritmo lento -più lento, secondo alcuni, di quanto non fosse sotto le amministrazioni precedenti degli anni '90- da parte dei contraenti assunti dallo Stato "bolivariano" [158]. Per quanto riguarda la misiones di assistenza sanitaria (Barrio Adentro), i costi degli edifici sono stati gonfiati dai contraenti. Alcuni dei centri sono costati quasi cinque volte di più rispetto agli edifici di dimensioni simili [159]. Così, mentre alcuni benefici sono affluiti dalle misiones ai poveri, gli alti funzionari statali e le società private stanno mungendo il sistema e hanno raccolto i frutti finanziari reali.
Molti dei problemi che devono affrontare le comunità non sono stati affrontati in modo efficace dalle misiones. Mentre molti soldi sono stati spesi dallo Stato per Barrio Adentro, per fornire assistenza sanitaria di base e pagare per la costruzione dei centri, gli ospedali secondari e terziari restano sotto-finanziati e sull'orlo del collasso [160]. Secondo alcune critiche di sinistra, solo poco più della metà dei circa 8.500 centri sanitari previsti di base e associati a Barrio Adentro, erano stati costruiti entro il 2007 (3 anni dopo che la misiones era stata avviata) [161]. Mentre si spendono soldi per pagare gli appaltatori privati, molti dei centri sanitari di Barrio Adentro mancano di personale adeguato [162].
All'interno della misiones per la nutrizione, fino al suo arresto -e di conseguenza alla nazionalizzazione della sua azienda-, Ricardo Fernandez Barrueco è stato il principale beneficiario, e ha fatto una fortuna, fornendo con merci, i supermercati statali Mercal [163]. Ancora oggi, la maggior parte del cibo nei supermercati di proprietà dello Stato, deriva da aziende capitaliste [164]: il che significa che lo Stato sovvenziona gli alimenti di base, prendendoli dai fornitori privati, i quali raccolgono i profitti. La maggior parte di questo cibo è importato anche da aziende degli Stati Uniti, del Brasile e della Colombia. In realtà, lo Stato venezuelano spende 8 miliardi di dollari ogni anno per l'importazione di derrate alimentari provenienti dalle aziende private [165]. Alcuni dei negozi e della logistica connessi alla misiones per la nutrizione, e la rete di altri supermercati dello Stato, quali il PDVAL, sono un disastro con le merci che spesso vanno fuori, in quanto non vengono raccolti in contenitori [166], e ciò è colpa della burocrazia statale. Molti dei negozi sono a corto di risorse, spesso mancano di un adeguato approvvigionamento di beni e i lavoratori di basso livello si lamentano delle cattive e pericolose condizioni di lavoro [167]. Questo, purtroppo, è da aspettarsi in qualsiasi Stato burocratico e corrotto.
Le disposizione del benessere dallo Stato, non è semplicemente all'altezza delle aspettative di molti lavoratori e dei poveri. Questo può essere visto nel gran numero di proteste che sono scoppiate nelle comunità. Nel corso degli ultimi anni, ci sono state centinaia di proteste, per esempio, per la mancanza di alloggi dignitosi [168]. Durante le proteste, queste persone hanno bloccato le strade, spesso con alberi e detriti. In risposta a ciò, lo Stato ha incoraggiato la polizia ad agire in nome del ripristino della "stabilità". Come parte di questo giro di vite, Chavez ha dichiarato nel gennaio 2009 che: "Da ora in poi chiunque crei fiamme ... abbatta alberi o crei barricate in una strada, deve sapere quanto è buono il nostro gas lacrimogeno, per poi essere arrestato" [169]. In questo tipo di atmosfera, non c'è da meravigliarsi che centinaia di attivisti impegnati nelle proteste nei quartieri poveri, siano stati arrestati, incarcerati e alcuni addirittura uccisi dalla polizia, inclusi dei chavisti [170].
Anche se ci sono state proteste per la cattiva erogazione dei servizi, non si può negare che le misiones siano state popolari, con la partecipazione di molti lavoratori e di poveri. Tuttavia, le misiones hanno fornito una parvenza di benessere, con i leader all'interno dei movimenti popolari che hanno una logica nel mantenere i loro legami con il PSUV e lo Stato. Questo ha visto molti leader di sinistra che utilizzano le iniziative, come le misiones, per giustificare la necessità di un'alleanza, e ciò che equivale a un'alleanza con la sezione militare derivata della classe dirigente "bolivariana". Questa è una barriera e un ostacolo alla potenza e alla lotta genuina della classe operaia.
In effetti, molti esponenti della sinistra sono entrati nello Stato. Attraverso questo modo, e nonostante le loro buone intenzioni da applicare all'interno dello Stato, hanno aderito alla sezione "bolivariana" della classe dirigente. Molti ricoprono alte posizioni nei dipartimenti statali o del Parlamento, e formano così una parte centrale del sistema gerarchico dello Stato. Di conseguenza, fanno parte della élite dello Stato che governa e danno ordini agli altri. Anche loro, a causa delle loro posizioni, vivono in una notevole condizione materiale diversa dai lavoratori e dai poveri. Essere parte di pochi che hanno il potere di prendere decisioni per gli altri, e la capacità di applicare tali decisioni, crea una posizione privilegiata. Come tale, la centralizzazione del potere, che definisce gli Stati, genera un'elite e una burocrazia. Il motivo per cui lo Stato genera una burocrazia è perché i corpi hanno bisogno di informazioni centralizzate per essere raccolti e riuniti in modo che le decisioni possano essere fatte da pochi che detengono il potere in tali organismi. La burocrazia che emerge dalla centralizzazione, sviluppa anche i propri interessi, come il mantenimento dei privilegi che essa ha [171]. Si tratta, quindi, di una preziosa centralizzazione dello Stato in Venezuela, le cui dimensioni e la potenza di uno strato burocratico sono cresciute sempre più. E' per queste ragioni che gli anarchici hanno sottolineato che lo Stato stesso genera una classe dirigente e una burocrazia irresponsabile. Tale accordo prevede anche mezzi che non possono evolversi in organi di democrazia diretta. Come ha sottolineato Bakunin, quando gli ex lavoratori o gli attivisti entrano in alte posizioni nello Stato, diventano governanti e si abituano ai privilegi delle loro nuove posizioni, e vengono a "non rappresentare più il popolo, ma se stessi e le loro proprie pretese di governare il popolo "[172]. La storia ha dimostrato più volte che l'analisi di Bakunin era corretta, e viene dimostrato anche nel caso del Venezuela. La storia ha anche dimostrato, e il caso del Venezuela conferma, che quando degli ex-operai e degli ex-attivisti entrano nello Stato, e diventano parte della classe dirigente, hanno pochi scrupoli sull'utilizzo del potere dello Stato per attaccare la classe operaia quando i loro nuovi interessi divergono da quelli di questa classe. E' anche con questo che si spiega perché lo Stato "bolivariano", pur avendo questi personaggi della (ex) sinistra, ha spesso represso in modo rapido e deciso i lavoratori quando i suoi interessi, o gli interessi dei propri alleati dei capitalisti, vengono minacciati.
Bakunin prevedeva la possibilità di una tale situazione derivante nei casi in cui si fondava la liberazione nazionale sulla strategia di acquisizione del potere statale. Bakunin aveva detto che il "percorso statalista" era "del tutto rovinoso per le grandi masse del popolo", perché non aboliva il potere della classe, ma semplicemente cambiava il make-up della classe dominante [173]. A causa della natura centralizzata degli Stati, solo pochi possono governare -la maggioranza delle persone non può mai essere coinvolta nel processo decisionale nell'ambito di un sistema statale. Come risultato, ha affermato che se la lotta di liberazione nazionale è stata effettuata con "l'intento ambizioso di creare uno Stato potente", oppure se "viene effettuata senza il popolo e deve quindi dipendere per il successo su una classe privilegiata", sarebbe diventato un "movimento regressivo, disastroso e controrivoluzionario" [174].
Conclusioni
E' chiaro che con tali argomenti non si possa sostenere che il Venezuela si stia muovendo in una direzione socialista. La ricchezza e i mezzi di produzione sono ancora posseduti e controllati da una minoranza, ovvero da capitalisti o alti funzionari statali e non dalla classe operaia. Collegato a questo, i rapporti oppressivi di produzione rimangono anche parzialmente o totalmente di proprietà delle imprese statali. Non c'è vera democrazia di autogestione o democrazia diretta nei luoghi di lavoro o nei Consigli delle comunità.
La nazionalizzazione in Venezuela, come altrove, non è uguale al socialismo. Certamente una sezione nazionalista della classe dirigente è arrivata al potere statale, nelle vesti di Bolivarianismo, ma il dominio di classe rimane saldamente in mano ai capitalisti e ai dirigenti dell'elitè bolivariana. Infatti, l'elitè bolivariana è stata la principale beneficiaria del "processo" bolivariano. I loro stili di vita, e quelle della "sinistra" che si sono uniti a loro nella classe dirigente, sono opulenti; ma la vita della classe operaia continua ad essere definita dalla povertà, dalla disuguaglianza, dall'oppressione e dallo sfruttamento.
Gli elementi di neo-liberismo pervadono ancora l'economia venezuelana. Gli interessi delle multinazionali, in particolare quelli che sono visti come investitori importanti, sono protetti e promossi dallo Stato. I capitalisti con stretti legami con lo Stato, hanno anche goduto dei benefici della "rivoluzione bolivariana", a scapito dei lavoratori e dei poveri. Anche nel settore del petrolio, le multinazionali sono accolte con partenariati pubblico-privato. L'esternalizzazione, la precarizzazione e la produzione snella sono anche pratiche comuni nelle fabbriche completamente o parzialmente nazionalizzate.
Lo Stato non è stato troppo timido ad attaccare i lavoratori ed i poveri quando i suoi interessi sono stati attaccati da questa classe. Nonostante un certo benessere, esistono ancora enormi disuguaglianze ed oppressioni e non sono ancora erose. I lavoratori ed i poveri sono ancora degli schiavi e i capitalisti e lo Stato tentano di continuo negare loro potere reale. Questo ha visto spesso la classe dirigente, nel cercare di bloccare gli scioperi. Come tale, la logica di uno Stato gerarchico -che è definita da un controllo, un mantenere il suo potere e limitare ogni forma di dissenso dalla classe operaia- sta dimostrando di essere l'antitesi del socialismo e della libertà in Venezuela.
Non si può, però, negare che Chavez e il PSUV siano molto popolari tra le sezioni dei lavoratori e dei poveri. Tuttavia, la fedeltà ad un partito politico e la fedeltà allo Stato non è uguale alla libertà, alla giustizia e all'uguaglianza. Certamente non si ammonterebbe ai lavoratori e alle comunità l'auto-gestione o il socialismo. Molti politici capitalisti e anche dittatori, in certi momenti e luoghi della storia, sono stati popolari. Certamente, mentre ci sono stati i politici e gli Stati che sono stati popolari, la Storia ci ha anche mostrato che essi non andavano contro i propri interessi come il concedere la libertà e l'uguaglianza alla classe operaia. Si è, quindi, sottolineato da tempo che l'emancipazione della classe operaia dovrà essere effettuata da parte della classe operaia stessa.
Ci sono alcuni segni di speranza. Le sezioni della classe operaia venezuelana hanno protestato e fatto sciopero quando hanno sentito che sono stati attaccati, o sono stati minati i loro interessi da parte dello Stato, dei capitalisti, del PSUV e dell'elite "bolivariana". E' qui che la speranza per il futuro delle lotte della classe operaia del paese si trova. Se una vera e propria rivoluzione sociale viene con queste lotte, si costruisce un contro-potere che può sfidare la fazione pro-USA della classe dirigente, l'imperialismo e la fazione di classe "bolivariana" dominante. Questo può essere fatto oggi vincendo delle riforme dallo Stato, dai capitalisti locali e dalle aziende provenienti da potenze imperialiste, e costruire su queste riforme una direzione rivoluzionaria. Per definizione, questo significa anche che queste lotte dovranno rompere con lo Stato e organizzarsi al di fuori e contro di essa. La classe operaia, dunque, ha bisogno di organizzarsi contro lo Stato e i capitalisti, per costringerli a dare concessioni ai lavoratori, e non andare giù per il sentiero nell'abbracciare i settori dell'élite in nome del "Bolivarismo". E' per questo motivo, di vitale importanza, che la classe operaia identifichi l'elite "bolivariana" e lo Stato, come dei nemici di classe, e riconosca lo Stato per quello che è: un pilastro centrale e uno strumento della classe dominante, che può generare anche una élite dalle sue file.
Se tali lotte indipendenti crescono in Venezuela, è inoltre fondamentale che essi abbiano una visione di base su come sostituire lo Stato e il capitalismo, quando un periodo rivoluzionario si apre. Se non lo fanno, è probabile che essi scivoleranno di nuovo nel cercare di usare lo Stato come strumento di emancipazione. In tal caso, è probabile che una nuova élite, ancora una volta, emergerà, e il potere genuino della classe operaia sarà ancora una volta in ritardo. Si tratta, di conseguenza, di una lotta importante che assuma una visione nel sostituire il capitalismo con una forma genuina di socialismo, caratterizzato da una situazione in cui la proprietà diventi la proprietà collettiva di tutti; dove non ci sono padroni, e dove la produzione e l'intera economia è pianificata attraverso le assemblee dei lavoratori e dei consumatori e dai consigli basati sulla democrazia diretta per rispondere alle esigenze di tutti. Allo stesso modo, è un imperativo che la democrazia diretta sostituisca le strutture dello Stato -in base, ad esempio, sulle assemblee e consigli che sono federati, dove il potere resta alla base e dove non ci sono politici o burocrati- e venga potenziata e sviluppata questa democrazia. Ovviamente, se una vera e propria rivoluzione si verifica in Venezuela, dovrà essere difesa contro la classe dominante venezuelana (comprese l'elité "bolivariane") e l'imperialismo. E' fondamentale che le strutture basate sulla democrazia diretta, si sviluppino in questo modo. Senza una tale visione basata sull'auto-gestione, è probabile ritornare agli errori del passato che hanno segnato le rivoluzioni precedenti. E' aperta al dibatitto se tale visione libertaria sarà diventata di primaria importanza all'interno delle lotte della classe operaia in Venezuela; ma si spera che la volontà e la vera libertà, l'uguaglianza e la giustizia verranno ad esistere e sostituire l'attuale Stato di cose segnato da un'elité "bolivariana", che utilizza il fumo e gli specchi per bloccare il vero socialismo.
Note
148 Jauch, H. 2009. The Search for Alternatives: Venezuela’s Participatory Democracy. Paper Deliver at the RLS Conference ‘The Global Crisis and Africa: Struggles for Alternatives’, p. 2
149Wetzel, T. Venezuela from below.http://www.zcommunications.org/venezuela-from-below-by-tom-wetzel 22nd August 2011 22nd August 2011
150Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
151Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
152McKay, I., Elkin.G. Neal, D. & Boraas, E. 2009. The Anarchist FAQ. http://theanarchistlibrary.org/HTML/The_Anarchist_FAQ_Editorial_Collective__An_Anarchist_FAQ.html
153 McKay, I., Elkin.G. Neal, D. & Boraas, E. 2009. The Anarchist FAQ. http://theanarchistlibrary.org/HTML/The_Anarchist_FAQ_Editorial_Collective__An_Anarchist_FAQ.html
154http://venezuelanalysis.com/analysis/1834
155http://hdrstats.undp.org/en/countries/profiles/VEN.html
156http://data.un.org/CountryProfile.aspx?crName=Venezuela%20%28Bolivarian%20Republic%20of%29
157Malatesta. E. 1891. Anarchy. http://theanarchistlibrary.org/HTML/Errico_Malatesta__Anarchy.html , p. 3
158PROVEA. 2008. Informe anual octubre 2007 – septiembre 2008 sobre la situacion de los derechos humanos en Venezuela. PROVEA: Venezuela
159Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
160Wetzel, T. Venezuela from below.http://www.zcommunications.org/venezuela-from-below-by-tom-wetzel 22nd August 2011 22nd August 2011
161 Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
162http://phillyimc.org/en/why-there-popular-protest-venezuela
163 www.sptimes.com/2007/12/17/State/Politically_connected.shtml
164Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
165http://ipsnews.net/news.asp?idnews=51745
166 http://ipsnews.net/news.asp?idnews=51745
167http://www.aporrea.org/actualidad/n137811.html
168http://phillyimc.org/en/why-there-popular-protest-venezuela
169Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution (Part 2). http://internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.html , p. 12
170 Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
171McKay, I., Elkin.G. Neal, D. & Boraas, E. 2009. The Anarchist FAQ. http://theanarchistlibrary.org/HTML/The_Anarchist_FAQ_Editorial_Collective__An_Anarchist_FAQ.html
172 Bakunin, M. 1990. Statism and Anarchy. Cambridge University Press: United Kingdom, p. 178
173Bakunin, M. 1990. Statism and Anarchy.,Cambridge University Press: United Kingdom p. 343
174Bakunin, M. 1867. Federalism, Socialism, Anti-Theologism. Kindle p. 99
Le comunità "a democrazia diretta" e il benessere
Mentre è chiaro che il controllo dei lavoratori e qualsiasi parvenza di autogestione non esiste nella stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro venezuelani -e nemmeno per l'economia nel suo complesso-, a livello internazionale, numerosi esponenti della sinistra hanno sostenuto che la democrazia diretta e l'autogestione esiste nei quartieri e nelle comunità povere. Più specificamente, si è sostenuto che i consigli comunali, che sono stati istituiti nei quartieri, formano la base di questa "democrazia diretta e potere dal basso" [148]. Come per il discorso delle fabbriche parzialmente o totalmente nazionalizzate, la retorica viene confrontata con la pratica: ovvero le iniziative dello Stato su queste comunità.
Il punto più importante è che i consigli comunali non si sono sviluppati organicamente, né sono stati creati direttamente dalle comunità stesse. Piuttosto, lo Stato li ha creati attraverso un processo dall'alto verso il basso. A un generale dell'esercito, Jorge Luis Gracia Carnerio, è stato affidato la responsabilità per il loro primo insediamento. Per impostare i consigli comunali, è stato deciso che sarebbero state raggruppate fino a 200 famiglie in ciascun consiglio di comunità. Il compito principale assegnato dallo Stato per questi consigli comunali, è stato quello di identificare e richiedere un finanziamento per i progetti delle comunità locali, e per identificare delle "casalinghe" a cui dare un salario. Certamente, molti progetti locali sono stati costruiti nell'ambito di tale regime, come parchi e campi sportivi. I fondi per questi progetti, tuttavia, sono custoditi presso l'Ufficio del Presidente e distribuiti tramite "comitati" regionali e nazionali, che sono legati allo Stato [149]. Lo Stato, quindi, ha l'ultima parola su quali progetti finanziare (ogni progetto può ricevere fino a $ 13.000). Questo ha fatto sì che fin dall'inizio, lo Stato abbia svolto un ruolo importante nel processo decisionale, e non sono stati i consigli comunali ad avere l'ultima parola su ciò che potesse essere finanziato o meno.
Lo Stato, inoltre, ha utilizzato i progetti associati ai consigli comunali per generare un senso di lealtà ad esso tra le comunità. Questo ha visto anche lo Stato nel cercare di trarre alcuni membri del Consiglio della Comunità nella propria rete di raccolta di informazioni. In una riunione ospitata dalla DISIP -la polizia politica di Stato- 450 membri del consiglio comunale sono stati incoraggiati a farsi coinvolgere nella raccolta di informazioni per le filiali di informazione statali [150]. Tali pratiche sono del tutto incompatibili con la costruzione vera e propria della democrazia diretta, e sono piuttosto dei tentativi di costruire la fedeltà allo Stato e il monitoraggio dei dissidenti.
La realtà è che alla fine, lo Stato può decidere quali progetti finanziare o meno; e ha lasciato anche i progetti dei consigli comunali aperti alla manipolazione del partito politico -un modo per cercare di garantire la lealtà verso lo stato. I progetti proposti dai membri del PSUV sono stati finanziati quasi inevitabilmente, mentre quelli avanzati dai membri esterni del PSUV sono stati spesso respinti. I consigli comunali hanno inoltre riferito, sotto pressione da parte dei dirigenti statali, a integrarsi nel PSUV, in termini di raccolta di voti per il partito e di addestramento. La realtà che lo Stato decide quali progetti finanziare, e usa questo potere per praticare il clientelismo politico, ha anche creato una situazione in cui la corruzione è diffusa all'interno di alcuni consigli comunali [151].
La logica gerarchica e di controllo dello Stato, si è dimostrata incompatibile con la democrazia diretta e la gente nei consigli comunali non hanno un reale controllo sulle loro vite. La democrazia diretta coinvolge sia le comunità che hanno il pieno controllo sulla propria vita e sia quella di avere la capacità di decidere collettivamente e democraticamente su tutte le questioni importanti che li riguardano, compresa la capacità di attuazione di tali decisioni senza governanti: se ciò non c'è, la democrazia diretta non esiste. Lo Stato comporta sempre la delega del potere nelle mani di pochi, la sua stessa logica viola ogni concetto di uguaglianza, libertà e democrazia diretta. Coloro che compongono gli organi direttivi e dei servizi di uno Stato, in quanto rappresentanti eletti e burocrati non eletti, hanno il potere reale. Essi hanno la capacità di prendere decisioni a nome della popolazione. Come tale, lo Stato è l'antitesi di uguaglianza, e non consente per la democrazia diretta di esistere realmente nelle entità che controlla. L'esistenza stessa dello Stato assicura, inoltre, che le divisioni esistenti nella società, definite da coloro che danno ordini e coloro che sono tenuti a obbedire a loro, non vengano alterati [152]. E' ridicolo affermare, di conseguenza, che la democrazia diretta e l'autogestione siano presente nelle istituzioni che lo Stato controlla in ultima analisi, come i consigli comunali.
Molti dei militanti della sinistra internazionale non vogliono ammettere che la democrazia diretta non esiste in Venezuela. Questo perché non riescono a vedere che un'istituzione gerarchica, come lo Stato, non può per sua stessa natura dare la libertà. Non si può permettere una vera e propria democrazia diretta, che comporterebbe un autogoverno, dei mandati, delle rotazioni e delegati richiamabili attraverso assemblee e consigli federati. Il posizionamento del potere nelle mani di pochi, e l'utilizzo di strutture statali che sono gerarchiche, assicurano che questo non accadrà e che la libertà e il socialismo saranno rinviate piuttosto che prepararsi all'attuazione di esse [153]. Infatti, se la gente si fosse veramente autogovernata e autogestita, non ci sarebbe bisogno di uno Stato, come non ci sarebbero i governanti e i governati. In una società che sia veramente uguale, le istituzioni gerarchiche gestite da una minoranza e che hanno il potere come lo Stato, potrebbero essere obsolete e, di fatto, contro-rivoluzionarie.
Le misiones sociales Bolivariane
Molti della sinistra hanno visto il benessere delle "misiones sociales" in Venezuela, condotte e gestite dallo Stato "bolivariano", come elementi costitutivi del socialismo e un tentativo nel creare una società partecipativa [154]. Le misiones, però, non sono state stabilite dallo Stato per costruire il socialismo, ma per fornire ai poveri l'accesso all'assistenza sanitaria primaria, agli alloggi, al miglioramento dell'istruzione di base e ai prodotti alimentari sovvenzionati dentro le logiche del capitalismo. Questo non significa negare che le misiones non abbiano avuto alcun beneficio. Secondo l'UNDP, il Venezuela ha un tasso di alfabetizzazione del 95% e il suo Indice di Sviluppo Umano migliorato da 0,656 nel 2000 a 0,735 nel 2011 [155]. Milioni di persone hanno accesso ai prodotti alimentari di base agevolati attraverso le misiones, mentre la disoccupazione, in senso stretto, è sceso dal 13,2% nel 2000 al 6,9% nel 2009 [156]. Il fatto che ci sono stati miglioramenti nella vita dei poveri, non deve essere minimizzato ma non dovrebbe essere nemmeno visto come una forma di socialismo.
Si deve anche riconoscere che i prezzi del petrolio sono estremamente elevati e hanno dato spazio allo Stato nel creare le misiones. Questo significa che molte persone hanno avuto dei miglioramenti, anche se limitati, nella loro vita senza che lo Stato dovesse mai andare contro i propri interessi reali o pregiudicare la posizione della classe dirigente al vertice della società. Gli alti funzionari statali e i capitalisti in Venezuela, continuano a godere di uno stile di vita particolarmente sontuoso. I poveri, nonostante ottengono un certo aiuto, vivono ancora in condizioni di povertà e questo non è stato rovesciato dallo Stato. Solo una rivoluzione sociale cambierà questo, come solo una vera e propria rivoluzione sociale sarebbe in grado di creare un'effettiva parità e che istituisca una società in cui tutte le esigenze delle persone possano essere soddisfatte.
Un'altra considerazione importante, in materia di benessere in Venezuela, è rendersi conto che la classe operaia, attraverso la lotta storiche e attuali, abbia vinto e difeso il diritto ad ottenere, almeno, un certo benessere dalla classe dirigente. Le lotte massicce, come il Caracazo, hanno giocato un ruolo enorme in questo. Come tale, deve essere riconosciuto che il benessere è anche una concessione che è stata imposta dalla classe dirigente venezuelana, tra cui l'élite "bolivariana". Usando la retorica populista, per essere rieletta, l'élite del PSUV deve cercare di continuare a mantenere in vita le misiones. Senza di loro, non avrebbero alcuna credibilità e le loro politiche di auto-interesse e pro-business sarebbero evidenti a tutti.
Nel fornire il benessere, lo Stato venezuelano non è univoco. Sotto pressione, tutti gli Stati forniscono qualche benessere, ma non possono porre fine al sistema che genera la necessità per il benessere. Questo perché gli Stati non possono mettere fine al capitalismo e al dominio di classe, quali sono, in primo luogo, le ragioni per le quali vi è la necessità per il benessere. Nello sfruttare e opprimere le persone, il capitalismo e il dominio di classe sapranno sempre generare e mantenere una situazione in cui alcune persone non hanno nulla. Collegato a questo, il fatto che una minoranza di persone, che sotto il capitalismo ha il monopolio sui mezzi di produzione, attraverso i diritti di proprietà che lo Stato fa rispettare, porta ad una maggioranza di persone all'essere licenziate e restare anche disoccupate. Lo Stato, al fine di mantenere il dominio di classe e una parvenza di stabilità, deve intervenire per alleviare alcuni di questi problemi che il capitalismo e il dominio di classe genera. Se così non fosse, diventa chiaro alla classe operaia come sia ingiusta l'élite che governa, e che dà la possibilità a una futura rivoluzione. Quindi gli Stati forniscono qualche benessere per cercare di mantenere lo status quo, definito da una élite sfruttatrice e dominante sulla classe operaia. Questo, purtroppo, si applica anche in Venezuela.
Le disposizione del benessere in Venezuela, come altrove e di conseguenza, sono una vittoria per la classe operaia e anche un segno di sfruttamento e di dominio sulla condotta della classe operaia. Sempre gli Stati, comunque, cercano di rendere, attraverso la chilometrica propaganda, che essi forniscono benessere, e che fanno parte del sistema che porta alla necessità del benessere. Quando gli Stati forniscono del benessere e che sostengono di agire come servi dei poveri e dei lavoratori, in realtà facilitano il loro sfruttamento e oppressione. È questa doppiezza che ha portato Malatesta a sostenere che lo Stato:
"non può mantenersi a lungo senza nascondere la sua vera natura dietro una pretesa di utilità generale; non può imporre il rispetto per le vite delle persone privilegiate se non sembra esigere il rispetto per la vita umana; non può imporre l'accettazione dei privilegi di pochi se non ha la pretesa di essere il custode dei diritti di tutti"[157].
Costretto a fornire un benessere di base, lo Stato pretende poi di farlo per gentilezza. Al di là delle sue politiche, lo Stato venezuelano ha anche delle regole in vigore per gli interessi di una élite (in particolare un'elitè allineata con i "bolivariani"), mentre distribuisce un pò di benessere per cercare di mascherare questa realtà ed alleviare i peggiori impatti del continuo dominio di classe.
Nonostante i benefici che sono venuti con le misiones, insieme con l'annessa propaganda chilometrica dello Stato, ci sono stati anche grandi problemi. Le misiones sono definite da rapporti gerarchici, con i membri attuali e passati delle forze armate che giocano un ruolo fondamentale nella pianificazione e nell'amministrazione. Questo ha lasciato le misiones aperte alla corruzione. Le imprese edili private, colluse con gli attuali o gli ex ufficiali militari di alto rango, sono stati le principali beneficiarie di contratti pubblici per costruire case e centri sanitari legati alle misiones. In questo processo, vi sono state tangenti e abuso di potere in maniera rampante. La realtà è che la corruzione è diffusa all'interno e intorno alle misiones; e ha anche fatto sì che milioni di persone non avessero un alloggio adeguato e sicuro. Questa situazione viene affrontata con un ritmo lento -più lento, secondo alcuni, di quanto non fosse sotto le amministrazioni precedenti degli anni '90- da parte dei contraenti assunti dallo Stato "bolivariano" [158]. Per quanto riguarda la misiones di assistenza sanitaria (Barrio Adentro), i costi degli edifici sono stati gonfiati dai contraenti. Alcuni dei centri sono costati quasi cinque volte di più rispetto agli edifici di dimensioni simili [159]. Così, mentre alcuni benefici sono affluiti dalle misiones ai poveri, gli alti funzionari statali e le società private stanno mungendo il sistema e hanno raccolto i frutti finanziari reali.
Molti dei problemi che devono affrontare le comunità non sono stati affrontati in modo efficace dalle misiones. Mentre molti soldi sono stati spesi dallo Stato per Barrio Adentro, per fornire assistenza sanitaria di base e pagare per la costruzione dei centri, gli ospedali secondari e terziari restano sotto-finanziati e sull'orlo del collasso [160]. Secondo alcune critiche di sinistra, solo poco più della metà dei circa 8.500 centri sanitari previsti di base e associati a Barrio Adentro, erano stati costruiti entro il 2007 (3 anni dopo che la misiones era stata avviata) [161]. Mentre si spendono soldi per pagare gli appaltatori privati, molti dei centri sanitari di Barrio Adentro mancano di personale adeguato [162].
All'interno della misiones per la nutrizione, fino al suo arresto -e di conseguenza alla nazionalizzazione della sua azienda-, Ricardo Fernandez Barrueco è stato il principale beneficiario, e ha fatto una fortuna, fornendo con merci, i supermercati statali Mercal [163]. Ancora oggi, la maggior parte del cibo nei supermercati di proprietà dello Stato, deriva da aziende capitaliste [164]: il che significa che lo Stato sovvenziona gli alimenti di base, prendendoli dai fornitori privati, i quali raccolgono i profitti. La maggior parte di questo cibo è importato anche da aziende degli Stati Uniti, del Brasile e della Colombia. In realtà, lo Stato venezuelano spende 8 miliardi di dollari ogni anno per l'importazione di derrate alimentari provenienti dalle aziende private [165]. Alcuni dei negozi e della logistica connessi alla misiones per la nutrizione, e la rete di altri supermercati dello Stato, quali il PDVAL, sono un disastro con le merci che spesso vanno fuori, in quanto non vengono raccolti in contenitori [166], e ciò è colpa della burocrazia statale. Molti dei negozi sono a corto di risorse, spesso mancano di un adeguato approvvigionamento di beni e i lavoratori di basso livello si lamentano delle cattive e pericolose condizioni di lavoro [167]. Questo, purtroppo, è da aspettarsi in qualsiasi Stato burocratico e corrotto.
Le disposizione del benessere dallo Stato, non è semplicemente all'altezza delle aspettative di molti lavoratori e dei poveri. Questo può essere visto nel gran numero di proteste che sono scoppiate nelle comunità. Nel corso degli ultimi anni, ci sono state centinaia di proteste, per esempio, per la mancanza di alloggi dignitosi [168]. Durante le proteste, queste persone hanno bloccato le strade, spesso con alberi e detriti. In risposta a ciò, lo Stato ha incoraggiato la polizia ad agire in nome del ripristino della "stabilità". Come parte di questo giro di vite, Chavez ha dichiarato nel gennaio 2009 che: "Da ora in poi chiunque crei fiamme ... abbatta alberi o crei barricate in una strada, deve sapere quanto è buono il nostro gas lacrimogeno, per poi essere arrestato" [169]. In questo tipo di atmosfera, non c'è da meravigliarsi che centinaia di attivisti impegnati nelle proteste nei quartieri poveri, siano stati arrestati, incarcerati e alcuni addirittura uccisi dalla polizia, inclusi dei chavisti [170].
Anche se ci sono state proteste per la cattiva erogazione dei servizi, non si può negare che le misiones siano state popolari, con la partecipazione di molti lavoratori e di poveri. Tuttavia, le misiones hanno fornito una parvenza di benessere, con i leader all'interno dei movimenti popolari che hanno una logica nel mantenere i loro legami con il PSUV e lo Stato. Questo ha visto molti leader di sinistra che utilizzano le iniziative, come le misiones, per giustificare la necessità di un'alleanza, e ciò che equivale a un'alleanza con la sezione militare derivata della classe dirigente "bolivariana". Questa è una barriera e un ostacolo alla potenza e alla lotta genuina della classe operaia.
In effetti, molti esponenti della sinistra sono entrati nello Stato. Attraverso questo modo, e nonostante le loro buone intenzioni da applicare all'interno dello Stato, hanno aderito alla sezione "bolivariana" della classe dirigente. Molti ricoprono alte posizioni nei dipartimenti statali o del Parlamento, e formano così una parte centrale del sistema gerarchico dello Stato. Di conseguenza, fanno parte della élite dello Stato che governa e danno ordini agli altri. Anche loro, a causa delle loro posizioni, vivono in una notevole condizione materiale diversa dai lavoratori e dai poveri. Essere parte di pochi che hanno il potere di prendere decisioni per gli altri, e la capacità di applicare tali decisioni, crea una posizione privilegiata. Come tale, la centralizzazione del potere, che definisce gli Stati, genera un'elite e una burocrazia. Il motivo per cui lo Stato genera una burocrazia è perché i corpi hanno bisogno di informazioni centralizzate per essere raccolti e riuniti in modo che le decisioni possano essere fatte da pochi che detengono il potere in tali organismi. La burocrazia che emerge dalla centralizzazione, sviluppa anche i propri interessi, come il mantenimento dei privilegi che essa ha [171]. Si tratta, quindi, di una preziosa centralizzazione dello Stato in Venezuela, le cui dimensioni e la potenza di uno strato burocratico sono cresciute sempre più. E' per queste ragioni che gli anarchici hanno sottolineato che lo Stato stesso genera una classe dirigente e una burocrazia irresponsabile. Tale accordo prevede anche mezzi che non possono evolversi in organi di democrazia diretta. Come ha sottolineato Bakunin, quando gli ex lavoratori o gli attivisti entrano in alte posizioni nello Stato, diventano governanti e si abituano ai privilegi delle loro nuove posizioni, e vengono a "non rappresentare più il popolo, ma se stessi e le loro proprie pretese di governare il popolo "[172]. La storia ha dimostrato più volte che l'analisi di Bakunin era corretta, e viene dimostrato anche nel caso del Venezuela. La storia ha anche dimostrato, e il caso del Venezuela conferma, che quando degli ex-operai e degli ex-attivisti entrano nello Stato, e diventano parte della classe dirigente, hanno pochi scrupoli sull'utilizzo del potere dello Stato per attaccare la classe operaia quando i loro nuovi interessi divergono da quelli di questa classe. E' anche con questo che si spiega perché lo Stato "bolivariano", pur avendo questi personaggi della (ex) sinistra, ha spesso represso in modo rapido e deciso i lavoratori quando i suoi interessi, o gli interessi dei propri alleati dei capitalisti, vengono minacciati.
Bakunin prevedeva la possibilità di una tale situazione derivante nei casi in cui si fondava la liberazione nazionale sulla strategia di acquisizione del potere statale. Bakunin aveva detto che il "percorso statalista" era "del tutto rovinoso per le grandi masse del popolo", perché non aboliva il potere della classe, ma semplicemente cambiava il make-up della classe dominante [173]. A causa della natura centralizzata degli Stati, solo pochi possono governare -la maggioranza delle persone non può mai essere coinvolta nel processo decisionale nell'ambito di un sistema statale. Come risultato, ha affermato che se la lotta di liberazione nazionale è stata effettuata con "l'intento ambizioso di creare uno Stato potente", oppure se "viene effettuata senza il popolo e deve quindi dipendere per il successo su una classe privilegiata", sarebbe diventato un "movimento regressivo, disastroso e controrivoluzionario" [174].
Conclusioni
E' chiaro che con tali argomenti non si possa sostenere che il Venezuela si stia muovendo in una direzione socialista. La ricchezza e i mezzi di produzione sono ancora posseduti e controllati da una minoranza, ovvero da capitalisti o alti funzionari statali e non dalla classe operaia. Collegato a questo, i rapporti oppressivi di produzione rimangono anche parzialmente o totalmente di proprietà delle imprese statali. Non c'è vera democrazia di autogestione o democrazia diretta nei luoghi di lavoro o nei Consigli delle comunità.
La nazionalizzazione in Venezuela, come altrove, non è uguale al socialismo. Certamente una sezione nazionalista della classe dirigente è arrivata al potere statale, nelle vesti di Bolivarianismo, ma il dominio di classe rimane saldamente in mano ai capitalisti e ai dirigenti dell'elitè bolivariana. Infatti, l'elitè bolivariana è stata la principale beneficiaria del "processo" bolivariano. I loro stili di vita, e quelle della "sinistra" che si sono uniti a loro nella classe dirigente, sono opulenti; ma la vita della classe operaia continua ad essere definita dalla povertà, dalla disuguaglianza, dall'oppressione e dallo sfruttamento.
Gli elementi di neo-liberismo pervadono ancora l'economia venezuelana. Gli interessi delle multinazionali, in particolare quelli che sono visti come investitori importanti, sono protetti e promossi dallo Stato. I capitalisti con stretti legami con lo Stato, hanno anche goduto dei benefici della "rivoluzione bolivariana", a scapito dei lavoratori e dei poveri. Anche nel settore del petrolio, le multinazionali sono accolte con partenariati pubblico-privato. L'esternalizzazione, la precarizzazione e la produzione snella sono anche pratiche comuni nelle fabbriche completamente o parzialmente nazionalizzate.
Lo Stato non è stato troppo timido ad attaccare i lavoratori ed i poveri quando i suoi interessi sono stati attaccati da questa classe. Nonostante un certo benessere, esistono ancora enormi disuguaglianze ed oppressioni e non sono ancora erose. I lavoratori ed i poveri sono ancora degli schiavi e i capitalisti e lo Stato tentano di continuo negare loro potere reale. Questo ha visto spesso la classe dirigente, nel cercare di bloccare gli scioperi. Come tale, la logica di uno Stato gerarchico -che è definita da un controllo, un mantenere il suo potere e limitare ogni forma di dissenso dalla classe operaia- sta dimostrando di essere l'antitesi del socialismo e della libertà in Venezuela.
Non si può, però, negare che Chavez e il PSUV siano molto popolari tra le sezioni dei lavoratori e dei poveri. Tuttavia, la fedeltà ad un partito politico e la fedeltà allo Stato non è uguale alla libertà, alla giustizia e all'uguaglianza. Certamente non si ammonterebbe ai lavoratori e alle comunità l'auto-gestione o il socialismo. Molti politici capitalisti e anche dittatori, in certi momenti e luoghi della storia, sono stati popolari. Certamente, mentre ci sono stati i politici e gli Stati che sono stati popolari, la Storia ci ha anche mostrato che essi non andavano contro i propri interessi come il concedere la libertà e l'uguaglianza alla classe operaia. Si è, quindi, sottolineato da tempo che l'emancipazione della classe operaia dovrà essere effettuata da parte della classe operaia stessa.
Ci sono alcuni segni di speranza. Le sezioni della classe operaia venezuelana hanno protestato e fatto sciopero quando hanno sentito che sono stati attaccati, o sono stati minati i loro interessi da parte dello Stato, dei capitalisti, del PSUV e dell'elite "bolivariana". E' qui che la speranza per il futuro delle lotte della classe operaia del paese si trova. Se una vera e propria rivoluzione sociale viene con queste lotte, si costruisce un contro-potere che può sfidare la fazione pro-USA della classe dirigente, l'imperialismo e la fazione di classe "bolivariana" dominante. Questo può essere fatto oggi vincendo delle riforme dallo Stato, dai capitalisti locali e dalle aziende provenienti da potenze imperialiste, e costruire su queste riforme una direzione rivoluzionaria. Per definizione, questo significa anche che queste lotte dovranno rompere con lo Stato e organizzarsi al di fuori e contro di essa. La classe operaia, dunque, ha bisogno di organizzarsi contro lo Stato e i capitalisti, per costringerli a dare concessioni ai lavoratori, e non andare giù per il sentiero nell'abbracciare i settori dell'élite in nome del "Bolivarismo". E' per questo motivo, di vitale importanza, che la classe operaia identifichi l'elite "bolivariana" e lo Stato, come dei nemici di classe, e riconosca lo Stato per quello che è: un pilastro centrale e uno strumento della classe dominante, che può generare anche una élite dalle sue file.
Se tali lotte indipendenti crescono in Venezuela, è inoltre fondamentale che essi abbiano una visione di base su come sostituire lo Stato e il capitalismo, quando un periodo rivoluzionario si apre. Se non lo fanno, è probabile che essi scivoleranno di nuovo nel cercare di usare lo Stato come strumento di emancipazione. In tal caso, è probabile che una nuova élite, ancora una volta, emergerà, e il potere genuino della classe operaia sarà ancora una volta in ritardo. Si tratta, di conseguenza, di una lotta importante che assuma una visione nel sostituire il capitalismo con una forma genuina di socialismo, caratterizzato da una situazione in cui la proprietà diventi la proprietà collettiva di tutti; dove non ci sono padroni, e dove la produzione e l'intera economia è pianificata attraverso le assemblee dei lavoratori e dei consumatori e dai consigli basati sulla democrazia diretta per rispondere alle esigenze di tutti. Allo stesso modo, è un imperativo che la democrazia diretta sostituisca le strutture dello Stato -in base, ad esempio, sulle assemblee e consigli che sono federati, dove il potere resta alla base e dove non ci sono politici o burocrati- e venga potenziata e sviluppata questa democrazia. Ovviamente, se una vera e propria rivoluzione si verifica in Venezuela, dovrà essere difesa contro la classe dominante venezuelana (comprese l'elité "bolivariane") e l'imperialismo. E' fondamentale che le strutture basate sulla democrazia diretta, si sviluppino in questo modo. Senza una tale visione basata sull'auto-gestione, è probabile ritornare agli errori del passato che hanno segnato le rivoluzioni precedenti. E' aperta al dibatitto se tale visione libertaria sarà diventata di primaria importanza all'interno delle lotte della classe operaia in Venezuela; ma si spera che la volontà e la vera libertà, l'uguaglianza e la giustizia verranno ad esistere e sostituire l'attuale Stato di cose segnato da un'elité "bolivariana", che utilizza il fumo e gli specchi per bloccare il vero socialismo.
Note
148 Jauch, H. 2009. The Search for Alternatives: Venezuela’s Participatory Democracy. Paper Deliver at the RLS Conference ‘The Global Crisis and Africa: Struggles for Alternatives’, p. 2
149Wetzel, T. Venezuela from below.http://www.zcommunications.org/venezuela-from-below-by-tom-wetzel 22nd August 2011 22nd August 2011
150Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
151Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
152McKay, I., Elkin.G. Neal, D. & Boraas, E. 2009. The Anarchist FAQ. http://theanarchistlibrary.org/HTML/The_Anarchist_FAQ_Editorial_Collective__An_Anarchist_FAQ.html
153 McKay, I., Elkin.G. Neal, D. & Boraas, E. 2009. The Anarchist FAQ. http://theanarchistlibrary.org/HTML/The_Anarchist_FAQ_Editorial_Collective__An_Anarchist_FAQ.html
154http://venezuelanalysis.com/analysis/1834
155http://hdrstats.undp.org/en/countries/profiles/VEN.html
156http://data.un.org/CountryProfile.aspx?crName=Venezuela%20%28Bolivarian%20Republic%20of%29
157Malatesta. E. 1891. Anarchy. http://theanarchistlibrary.org/HTML/Errico_Malatesta__Anarchy.html , p. 3
158PROVEA. 2008. Informe anual octubre 2007 – septiembre 2008 sobre la situacion de los derechos humanos en Venezuela. PROVEA: Venezuela
159Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
160Wetzel, T. Venezuela from below.http://www.zcommunications.org/venezuela-from-below-by-tom-wetzel 22nd August 2011 22nd August 2011
161 Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
162http://phillyimc.org/en/why-there-popular-protest-venezuela
163 www.sptimes.com/2007/12/17/State/Politically_connected.shtml
164Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
165http://ipsnews.net/news.asp?idnews=51745
166 http://ipsnews.net/news.asp?idnews=51745
167http://www.aporrea.org/actualidad/n137811.html
168http://phillyimc.org/en/why-there-popular-protest-venezuela
169Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution (Part 2). http://internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.html , p. 12
170 Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
171McKay, I., Elkin.G. Neal, D. & Boraas, E. 2009. The Anarchist FAQ. http://theanarchistlibrary.org/HTML/The_Anarchist_FAQ_Editorial_Collective__An_Anarchist_FAQ.html
172 Bakunin, M. 1990. Statism and Anarchy. Cambridge University Press: United Kingdom, p. 178
173Bakunin, M. 1990. Statism and Anarchy.,Cambridge University Press: United Kingdom p. 343
174Bakunin, M. 1867. Federalism, Socialism, Anti-Theologism. Kindle p. 99
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lunedì 28 maggio 2012
Un faro di speranza oppure fumo e specchi? La "rivoluzione bolivariana" in Venezuela - Terza Parte
Seconda parte
La nazionalizzazione non è uguale al socialismo
In un paio di casi, lo Stato ha nazionalizzato, o in parte nazionalizzate, le aziende che non erano in gravi difficoltà e che erano ancora vitali. Il fatto che alcune società erano completamente, o in parte, nazionalizzate -anche se esse erano in difficoltà o meno-, non può essere utilizzato come prova che in Venezuela si stia costruendo il socialismo o addirittura che ci si muove lentamente in quella direzione. La nazionalizzazione delle industrie chiave è stata intrapresa in passato da numerosi Stati capitalisti. Questo è stato fatto per diversificare l'economia capitalistica, per consentire allo Stato di orientare meglio l'economia o a beneficio di sezioni del capitale. Senza dubbio, alcuni capitalisti, sia oggi che in passato, non amano le nazionalizzazioni, in quanto li privano della proprietà diretta. Essi, quindi resistono; ma perché essi lo fanno non significa automaticamente che le nazionalizzazioni siano socialiste o addirittura portano benefici ai lavoratori. In alcuni casi, le nazionalizzazioni, come in Spagna alla fine degli anni '30, sono stati utilizzati dallo Stato per prendeere le fabbriche dai lavoratori, in modo da fermare le collettivizzazioni e l'autogestione.
E' quindi del tutto sbagliato suggerire semplicemente che, siccome lo Stato venezuelano possiede un certo numero di fabbriche -in costante crescita-, il socialismo si stia lentamente creando: piuttosto il capitalismo rimane saldamente al suo posto, ma con alcune fabbriche sotto il controllo statale. In Venezuela, come sarà discusso in seguito, la proprietà statale non fa troppi controlli sulla base paritaria dei lavoratori o del 'popolo', ma anzi sono gli alti funzionari a fare il bello e il cattivo tempo. I rapporti di produzione non sono cambiati, e nonostante quello che alcuni esponenti della sinistra cercano e rivendicano, nelle fabbriche rimane una struttura gerarchica e capitalistica, anche se sono parzialmente o completamente nazionalizzate. I lavoratori che fanno autogestione, semplicemente, non esistono. Il Venezuela è un altro esempio classico di come i manager statali ben pagati e i loro alleati, beneficiano e controllano tutti gli aspetti importanti della produzione nazionalizzata, a scapito dei lavoratori.
Un buon esempio di come ai lavoratori venga negato il potere da parte dello Stato, si può vedere negli eventi accaduti in precedenza, precisamente in seguito allo sciopero del petrolio del 2002/03. Durante lo sciopero, i lavoratori (quelli che erano rimasti al lavoro per cercare di spezzare lo sciopero), avevano assunto la gestione della PDVSA e avevano iniziato ad attuare degli aspetti tipici dell'autogestione. Una volta che la situazione si era stabilizzata, lo Stato era intervenuto e si era conclusa l'autogestione. Nuovi manager e dirigenti erano stati nominati dallo Stato, e i rapporti di produzione sono tornati a quelli che possiamo definire capitalistici: ovvero che questi manager e dirigenti istruiscono i lavoratori su cosa fare, ordinano loro di fare le cose più disparate, minacciando punizioni, anche nei casi in cui tali ordini sono ridicoli [114] [115]. I nuovi manager/dirigenti hanno iniziato a prendere una quota sproporzionatamente elevata della ricchezza prodotta dai lavoratori, e dei lucrosi contratti sono stati consegnati ai fornitori di servizi, legati a livello politico. Alcuni dei nuovi dirigenti, come Eudomario Carruyo Jnr, e nuovi contraenti, come Ruperti, sono divenuti estremamente ricchi come risulta dai vari dati in nostro possesso [116]. Niente di tutto questo può approfondire l'autogestione dei lavoratori. Quindi, l'elitè dello Stato cerca ogni modo per non far iniziare pratiche del genere, in modo da assicurarsi gli alti stipendi e i contratti redditizi. Infatti, poiché gli aspetti statali schiacciano l'autogestione dei lavoratori -perché verrebbe contraddetta la logica gerarchica e di controllo dello Stato-, le condizioni di lavoro dei lavoratori di basso rango della PDVSA, vengono diminuiti. I salari dei lavoratori erano stati congelati da quei dirigenti statali nominati tra il 2007 e il 2009, e i lavoratori che avevano fatto richiesta di migliori condizioni di lavoro, sono stati tacciati di essere dei criminali [117]. Lungi dall'essere definiti secondo i rapporti socialisti, i manager di Stato preposti e i dirigenti della PDVSA, hanno agito in modo altamente oppressivo nei confronti dei lavoratori stessi, i quali avevano contribuito a salvare il governo durante lo sciopero del petrolio del 2002/03.
La stessa mancanza del controllo e dell'autogestione operaia, può essere vista in tutti i settori dei servizi pubblici dello Stato. La situazione è così disastrosa per i lavoratori di basso rango del settore statale, che è stato riportato, nel 2009, la mancanza di una contrattazione collettiva dei dipendenti pubblici: tale mancanza, per la precisione, risaliva dal 2004. Le condizioni di lavoro e la retribuzione in queste istituzioni, sono state unilateralmente attuate dal management, con i lavoratori che non hanno voce in capitolo o un reale controllo sulle operazioni o sulla produzione. Anche i contratti collettivi di base non erano al loro posto. Ciò ha contribuito alla situazione in cui quasi il 70% dei lavoratori «pubblici», guadagnano un salario minimo, mentre gli alti funzionari statali continuano ad essere pagati profumatamente [118] [119]. Anche quando gli accordi sono stati negoziati e sono stati raggiunti, vengono ignorati dai manager statali, come gli scioperi della Metro di Caracas.
I lavoratori della Metro di Caracas -azienda in mano allo Stato-, hanno dovuto lottare per un anno e mezzo con gli alti dirigenti dello Stato per cercare di raggiungere un accordo circa i salari e le condizioni di lavoro. Il direttore della Metro, insieme con lo stesso Chavez, ha visto che l'accordo era troppo favorevole ai lavoratori e lo hanno ignorato. Quando gli operai sono scesi in sciopero per cercare di far rispettare l'accordo, Chavez ha scatenato sia la sezione politica della polizia di Stato (DISIP) che l'intelligence militare (DIM), in modo da spezzare lo sciopero. Quando questi hanno fallito, Chavez ha minacciato di inviare l'esercito a prendere la metro e sparare a tutti i lavoratori in sciopero. I dirigenti sindacali, che erano membri del PSUV, hanno posto una forte pressione sui lavoratori per terminare lo sciopero. In tale stato di repressione, i lavoratori sono stati, alla fine, costretti a cedere [120] [121].
Il mito del "co-management"
All'interno di un certo numero di fabbriche parzialmente o completamente nazionalizzate dallo Stato, tuttavia, esso ha cercato di sostenere un sistema di co-management -dove i lavoratori e lo Stato, presumibilmente, gestiscono l'impresa insieme- e metterlo in atto. Queste presunte imprese co-management sono state spesso salutate come una sorta di paradiso per i lavoratori da vari siti della sinistra internazionale [122] [123] [124].
Ancora una volta la verità non è così rosea e la retorica dello Stato non è andata ben oltre le sue pratiche. Molti delle fabbriche "co-managed" sono piene di elementi di gestione gerarchica e autoritaria, dove i lavoratori che possono essere licenziati a piacimento e con un basso controllo della sicurezza. Anche nel migliore dei casi di co-management che abbia coinvolto quei lavoratori che danno consigli, di giorno in giorno, sui problemi incontrati nella produzione, le decisioni strategiche sono in mano allo Stato [125]. All'interno di molte di queste fabbriche co-management, lo Stato e i lavoratori sono spesso ai ferri corti. Vi è anche un discorso in termini di retribuzione tra i funzionari statali che controllano le fabbriche "co-managed" e i lavoratori. In molti luoghi di lavoro co-management, i lavoratori spesso non vengono regolarmente pagati in tempo.
Questa pratica del "co-managed" avviene anche verso le imprese che di solito coinvolgono lo Stato; e quest'ultimo detiene una quota di maggioranza della società, in cui i lavoratori sono organizzati come una cooperativa e in possesso di un quota di minoranza. Nella maggior parte dei casi, per acquistare una quota di minoranza, i lavoratori di queste cooperative vanno in debito con lo Stato, con la società o una banca privata. Ci sono un certo numero di imprese co-management in Venezuela, tra cui la Invepal, l'Alcasa e l'Inveval. Il fatto che lo Stato abbia una quota di maggioranza delle fabbriche "co-managed", l'ha portato ad avere un potere maggiore verso i lavoratori, e non è stato timido nell'utilizzare questo potere quando è entrato in conflitto con i lavoratori. La celebre Invepal è un buon esempio di come questa abbia fatto tali giochi.
Quando lo Stato è entrato nella Invepal, ha preso una quota di maggioranza e i lavoratori sono stati incoraggiati a formare una cooperativa, in modo da prendere una partecipazione di minoranza nella società attraverso l'acquisizione di un prestito da una banca privata. Nonostante l'affermazione che la società fosse co-management, il Presidente della Invepal è stato nominato direttamente dallo Stato. Lo Stato e il presidente della società detenevano il potere reale. La quota che i lavoratori possedevano della società, era in gran parte priva di senso in quanto non erano stati coinvolti nelle decisioni importanti. Nel 2005, il Presidente dell'Invepal ha deciso, in maniera unilaterale, di nominare un nuovo team di gestione. Il nuovo management team, al fine di impressionare i loro benefattori dello Stato, avevano deciso di tagliare i costi di produzione utilizzando i lavoratori a contratto. I lavoratori a contratto erano stati costretti a lavorare in condizioni peggiori rispetto agli altri lavoratori e ricevevano una paga più bassa per fare lo stesso lavoro. Le proteste esplosero presso l'azienda. Lo Stato, lungi dal fare marcia indietro, aveva licenziato 120 dei lavoratori che protestavano [126].
Dopo una lunga lotta dei lavoratori rimanenti, essi avevano ottenuto il diritto di eleggere i "manager" della propria linea. Questi "manager", in pratica, avevano poco potere e lo Stato aveva continuato a impostare unilateralmente le condizioni di occupazione e salari. Nel 2006, quando lo Stato aveva deciso di ridurre la fine del bonus anno per i lavoratori, gli operai erano scesi di nuovo sul piede di guerra. Questa volta erano scesi in strada in segno di protesta. Questa situazione aveva portato i lavoratori a commentare che la "co-management", che è in parte di proprietà statale, non aveva migliorato la loro vita e le loro condizioni di lavoro [127]. Avevano detto: "E' come sempre ... lo sfruttamento è lo stesso di prima" [128]. È un dato di fatto che le condizioni materiali per i lavoratori sono stati peggiori sotto la "co-management", in quanto sono finiti indebitati con la loro quota di partecipazione minoritaria della società.
La Invepal non è stata l'unico esempio di "co-management" farsesco. Il manifesto-figlio del "co-management", Alcasa, ha avuto grossi problemi. Anche lì, quando l'azienda è diventata "co-managed", lo Stato ha nominato il direttore. Le assemblee dei lavoratori sono state istituite, ma queste assemblee avevano un potere molto limitato. Sono stati autorizzati a trattare le questioni relativamente banali, come ad esempio la distribuzione di abiti da lavoro e gli orari per la pulizia, ma le decisioni importanti sono state fatte da funzionari statali e dal direttore designato dallo Stato. Il direttore e lo Stato, nonostante la loro retorica che proclamavano di voler costruire il controllo delle fabbriche da parte dei lavoratori, non erano contrari all'uso di elementi di neo-liberismo nella produzione. I lavoratori a contratto sono stati utilizzati su larga scala e le loro condizioni di lavoro sono state spaventose. Sono stati completamente esclusi dalla "co-managed" e non sono stati autorizzati a partecipare alle assemblee. Inoltre, gli era stato vietato l'utilizzazione di attrezzature aziendali, compresa la mensa, e sono stati pagati con salari molto più bassi, oltre ad essere stati esclusi dal beneficio dei bonus. I lavoratori, regolarmente, hanno dovuto svolgere del lavoro "volontario", senza che gli venisse pagato un'extra. Quando i lavoratori hanno denunciato questa situazione, lo Stato ha risposto accusandoli di mancanza di ethos socialista, di essere degli "avari" e "individualisti", e sono stati prescritti corsi di formazione politica per porre rimedio a questo [129]. Lo Stato, apparentemente deluso dal fatto che i lavoratori erano riusciti a capire che l'esternalizzazione e altre pratiche neo-liberiste non erano robe socialiste, ha cambiato il top management. A ogni ricambio, lo Stato ha dato al nuovo direttore dei titoli orwelliani altisonanti, come l'operaio-presidente. L'autogestione genuina dei lavoratori, al contrario, non venne consentita [130].
Lungi dall'essere paradisi che siano a favore dell'autogestione, le imprese statali in Venezuela sono caratterizzate da rapporti di dominio, oppressione e sfruttamento. Lo Stato ha cercato, a volte, di minare e sfidare la capacità dei lavoratori con le cattive condizioni di lavoro e salari bassi. E, di conseguenza, poco importa se la fabbrica è dello Stato o di un proprietario capitalista: i lavoratori non hanno ancora il potere della democrazia diretta sul posto di lavoro. Il "Co-management" e altri regimi statali sono spesso diventati un modo per lo Stato di sfruttare i lavoratori, tra cui quello di spingere attraverso gli aspetti della produzione snella, della precarietà e l'esternalizzazione. Tali relazioni e pratiche non sono questioni marginali. In una società dove c'è un modello gerarchico e oppressivo nei rapporti di produzione, il socialismo reale non esiste e non può esistere. I rapporti oppressivi di produzione sono un denominatore comune in tutte le società con base classista, tra cui il Venezuela. Come Maurice Brinton ha sottolineato:
"Senza rivoluzionare i rapporti di produzione...la società è ancora una società dove esiste la classe dei dirigenti che gestisce la produzione. Le relazioni di proprietà, in altre parole, non necessariamente riflettono i rapporti di produzione. Esse possono servire a mascherarle - come spesso accade" [131]
Ci sono anche numerosi esempi tratti dalla storia che dimostrano che gli interessi dei lavoratori auto-gestiti e la proprietà statale siano incompatibili. Gli Stati hanno dimostrato di non avere quasi alcun interesse a consentire ai lavoratori di gestire i propri affari o consentire loro la democrazia nei luoghi di lavoro, perché si minerebbe la capacità dello Stato di controllare la produzione e si verrebbe ad erodere il potere della classe dominante. La stessa Unione Sovietica è un primo esempio di questo. Era lo Stato sovietico, sotto la dittatura del partito bolscevico, a schiacciare l'autogestione. Questo era accaduto poco dopo la Rivoluzione d'Ottobre, quando gli interessi della classe operaia avevano cominciato a scontrarsi apertamente con quelli dell'elité del partito bolscevico. Come tale, era stato nel 1918 che Lenin aveva concluso l'autogestione, decretando l'attuazione della "one-man management" [132]. Questo ha visto lo Stato sovietico nominare nuovi manager, spesso dalle fila della vecchia elite, e cessare con la forza ogni pretesa di democrazia nei luoghi di lavoro -spesso puntando una pistola. Il fatto che lo Stato sovietico avesse nazionalizzato la maggior parte delle fabbriche, che erano state inizialmente sequestrate dai lavoratori ai capitalisti, aveva contribuito a questo: dare un potere immenso allo Stato sovietico, il quale lo esercitava contro i lavoratori [133]. Lo Stato, che non è lavoratore e mai può esserlo (a causa della sua natura e progettazione oppressiva e gerarchica di una minoranza che governa una maggioranza), e la proprietà che possiede, non è mai stata tradotta nella socializzazione della proprietà e della ricchezza: non ha mai portato a porre fine al capitalismo, ma anzi a soffocare il controllo operaio. La nazionalizzazione, per di più, non ha rotto i rapporti di produzione che il capitalismo definisce, ma piuttosto lo ri-istituisce e lo radica sempre più. Pertanto, la logica stessa di tutti gli Stati, si è sempre dimostrata centralista, autoritaria ed elitaria. Questo significa che gli Stati sono incompatibili con l'autogestione. Come tale, la nazionalizzazione sotto controllo operaio ha dimostrato di essere un ossimoro storico: un fine tattico e un'ideologia morta che mina l'autogestione dei lavoratori. Lo stesso è accaduto in Venezuela: i lavoratori restano degli schiavi salariati, che sono anche oppressi e sfruttati nelle fabbriche nazionalizzate e negli istituti statali.
Un grosso attacco alle lotte operaie
La verità che i lavoratori hanno poco potere nelle fabbriche totalmente o parzialmente nazionalizzate in Venezuela, e si sentono sfruttati, e quindi degli oppressi, può essere visto nell'ondata di scioperi che sono scoppiati tra il 2008 e oggi. Innegabilmente, le fabbriche totalmente o parzialmente di proprietà statale nei settori dell'acciaio, dell'alluminio e del ferro sono stati i siti centrali di questi scioperi. Questo ha visto i lavoratori nei luoghi di lavoro parzialmente o completamente nazionalizzate, come Alcasa, Sidor, Ferrominara, Bauxilum, Velteca, Matesi e Venezulana Corporacion de Guayana, confrontarsi con i manager di Stato. Alcune delle lamentele dei lavoratori hanno incluso le insicure condizioni di lavoro, il non pagamento in tempo -durato anche per mesi-, benefit e bonus arbitrariamente revocati, essere costretti a prendere lunghi periodi di pausa perché lo Stato non è in grado di soddisfare i costi salariali e di essere pressurizzati a lavorare ore extra "volontariamente". I lavoratori di queste fabbriche si sono spesso uniti per cercare di forzare la gestione corrente e di porre fine alla precarizzazione e all'esternalizzazione; e i lavoratori a contratto hanno richiesto di essere assunti in modo permanente [134] [135] [136] [137].
Lo Stato ha risposto a tali scioperi nel modo tipico della classe dirigente: con una combinazione di alcune concessioni e una dose di repressione. Anche se a volte sostiene che le questioni che sono state sollevate da parte dei lavoratori verranno controllate, molti dei lavoratori coinvolti sono stati arrestati. I lavoratori, che avevano intrapreso gli scioperi e le proteste, sono stati minacciati di licenziamento. Al culmine degli scioperi delle industrie di proprietà statale nel 2009, Chavez aveva lanciato un attacco verbale, nel quale ridicolizzava le richieste dei lavoratori e minacciava che avrebbe mandato la polizia a trattare con loro [138]. In effetti, egli aveva affermato che: "Se minacciano di smettere di lavorare, mi occuperò io stesso del problema... le persone che vanno in sciopero di un'impresa di Stato, danno fastidio al Presidente della Repubblica" [139].
La volontà dello Stato di usare la violenza contro gli scioperi delle industrie di proprietà statale, è stata evidente negli ultimi anni. Nel solo 2009, oltre 40 scioperi e occupazioni, sono stati attaccati dalle forze statali, portando al ferimento di oltre 100 persone. Alcuni lavoratori individuati come i capi di questi scioperi o proteste, sono stati condannati a lunghe pene detentive [140]. Alcune delle vittime di questa repressione di Stato sono stati degli chavisti. Un membro del PSUV e sindacalista, Ruben Gonzalez, era stato condannato a 7 anni di carcere da parte dello Stato, che lo aveva accusato di violenza durante uno sciopero all'impresa statale della Ferrominera Orinoco [141]. Dopo oltre un anno dietro le sbarre, è stato finalmente rilasciato dopo varie proteste su larga scala e dopo la minaccia di uno sciopero generale che sarebbe dovuto continuare, qualora egli fosse rimasto in carcere. Al rilascio, hanno continuato a collocare su di lui delle severe restrizioni, come quella che deve riferire ogni 15 giorni alle autorità. La situazione di Gonzalez non è un caso isolato. Secondo quanto riferito, almeno 125 militanti operai restano in prigione per essere stati coinvolti in azioni di scioperi o occupazioni varie [142]. Il sindacalista e operaio delle acciaierie, José Rodríguez, forse riassume al meglio la situazione, dicendo: "siamo convinti che non si tratta solo di una politica isolata, ma di una politica di Stato, che chiamiamo come criminalizzazione della nostra lotta" [143].
Mentre lo Stato ha a volte ascoltato le chiamate dei lavoratori sulla nazionalizzazione delle fabbriche, soprattutto quando sono state le fabbriche dell'élite bolivariana rivale della classe dirigente, lo Stato in molti casi si è saldamente allineato con le società private contro i lavoratori. Ciò è avvenuto quando i capitalisti hanno avuto legami con l'elite dello Stato o quando le società coinvolte sono state viste come principali investitori. Ad esempio, nel 2009, dopo una serie di battaglie, gli operai della fabbrica Hyundai-Mitsubishi, avevano deciso di occupare lo stabilimento per cercare di ottenere gli stipendi non pagati e per cercare di garantire a loro stessi dei contratti di assunzione. Lo Stato, lungi dal sostenere i lavoratori, si muoveva rapidamente e fortemente contro di loro. Le forze speciali sono state schierate sia per sfrattare gli occupanti e sia per le operazioni di ripristino. Durante questa fase, sono stati uccisi 2 operai e feriti gravemente altri 6. Il motivo per cui lo Stato si spostato in modo così rapido e senza pietà contro i lavoratori, è stato perché ha identificato la Mitsubishi-Hyundai come una chiave per dei futuri investimenti. Chiaramente, per lo Stato, vengono avvantaggiati i capitalisti e gli investitori importanti rispetto ai lavoratori.
I partiti chavisti, incluso il PSUV, hanno anche una lunga storia di tentativi di fondare sindacati sotto il loro controllo, e che mirano a soffocare il potere genuino operaio, comprese le prospettive delle lotte di quest'ultimi. Utilizzando questa strategia, i "bolivariani" non sono stati diversi dai partiti dei governi passati: essi volevano i sindacati conformi per smussare ogni possibile minaccia rappresentata dalla classe operaia. Tutti le iniziative dei "bolivariani" nell'istituire sindacati, sono, di conseguenza, sviluppati dall'alto verso il basso. Secondo un gruppo sindacale di sinistra, Opción Obrera, questo ha visto l'elite chavista mantenere, con metodi subdoli, il controllo dei sindacati, e utilizzarli come una raccolta di macchine da voto per il Partito. Parte del desiderio di controllare i sindacati da parte dell'élite "bolivariana" è anche per garantirne la lealtà incondizionata nei confronti dello Stato. Alla luce di questo, non è forse una sorpresa che la corruzione sia diffusa nei sindacati gestiti dai "bolivariani". Considerando anche che la lealtà allo Stato è vista come una priorità, non è sorprendente che 243 contratti collettivi di lavoro con lo Stato fossero scaduti e non erano stati rinegoziati nel 2007 [144].
Sembra che Chavez e l'elite "bolivariana", abbiano paura del concetto di sindacato indipendente dei lavoratori, perché metterebbe a repentaglio le capacità dello Stato nel mantenere le lotte dei lavoratori sotto controllo. Chavez ha ammesso apertamente ciò: "i sindacati non dovrebbero essere autonomi ... è necessario farla finita con questo" [145]. Al Velteca, che in parte è di proprietà statale, la gestione ha fatto eco a questo sentimento. Quando i lavoratori hanno cercato di istituire un sindacato indipendente a seguito di un'azione di protesta, la gestione ha immediatamente bloccato tutto. La giustificazione è stata questa: "la parola "sindacato" non rientra all'interno di una società socialista ... all'interno di un sistema socialista non vi è alcuna necessità di un sindacato"[146].
Questa atmosfera di oppressione nei confronti dei lavoratori militanti, e la paura di un autentico potere della classe operaia da parte dello Stato "bolivariano", ha portato Orlando Chirino, militante della sinistra dei lavoratori, a dire che lui non aveva mai "visto l'estremo a cui siamo arrivati oggi con la criminalizzazione delle proteste ... quando stai ... distribuendo volantini ad un cancello di una fabbrica, parlando attraverso un megafono, partecipando a un'assemblea, usano i corpi repressivi dello Stato quale la detenzione dei capi in prigione, e in prigione li accusano dei più svariati reati. Questo finisce che ai militanti sindacali, gli vietano di recarsi presso le imprese in cui svolgono il loro lavoro politico "[147]. Lungi dal rilasciare una forma di autogestione per i lavoratori, lo Stato "bolivariano" ha sempre iniziato il tutto con dei manager al comando, e limitando ai lavoratori veri e propri l'autogestione, e anche con la repressione degli scioperi, in nome della tutela statale o delle proprietà private.
Continua nella Quarta Parte
Note
114Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
115 www.anarkismo.net/newswire.php?story_id=3378
116http://www.sptimes.com/2007/12/17/State/Politically_connected.shtml
117Wetzel, T. Venezuela from below.http://www.zcommunications.org/venezuela-from-below-by-tom-wetzel 22nd August 2011
118Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
119Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
120 Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
121Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
122http://www.workers.org/2005/world/venezuela-0519/
123http://www.greenleft.org.au/node/38072
124http://directaction.org.au/issue28/developing_workers_control_in_venezuela
125Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
126http://www.bolshevik.org/1917/no30/no30-Venezuela.html
127http://libcom.org/library/the-myth-co-management-venezuela-reflections-alcasa-invepal
128Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States, p. 188
129 Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
130 www.bnamericas.com › Home › Metals
131Brinton, M. 1975. The Bolsheviks and Workers’ Control 1917-1921. Black Rose Press: Canada, p. 7.
132Brown, T. 1995. Lenin and Workers’ Control. AK Press: United States
133Brinton, M. 1970. The Bolsheviks and Workers’ Control. Black Rose Books: Canada
134http://es.internationalism.org/ismo/2000s/2010s/2010/58_edito
135http://www.steelorbis.com/steel-news/latest-news/strike-at-sidor-affecting-national-steel-supply-565481.htm
136http://signalfire.org/?p=10617
137http://www.wsws.org/articles/2012/feb2012/wkrs-f14.shtml
138http://libcom.org/library/bolivarian-government-against-union-autonomy-fai
139http://es.internationalism.org/ismo/2000s/2010s/2010/58_edito
140 http://libcom.org/news/el-libertario-why-there-popular-protest-venezuela-21032010
141http://revolutionaryfrontlines.wordpress.com/category/latin-america/venezuela/
142http://www.socialistworld.net/doc/4915
143http://ipsnews.net/news.asp?idnews=53858
144Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
145Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States , p. 43
146 http://libcom.org/library/venezuela-vetelca-story-first-ever-bolivarian-factory
147Wetzel, T. Venezuela from below.http://www.zcommunications.org/venezuela-from-below-by-tom-wetzel 22nd August 2011 p. 5
La nazionalizzazione non è uguale al socialismo
In un paio di casi, lo Stato ha nazionalizzato, o in parte nazionalizzate, le aziende che non erano in gravi difficoltà e che erano ancora vitali. Il fatto che alcune società erano completamente, o in parte, nazionalizzate -anche se esse erano in difficoltà o meno-, non può essere utilizzato come prova che in Venezuela si stia costruendo il socialismo o addirittura che ci si muove lentamente in quella direzione. La nazionalizzazione delle industrie chiave è stata intrapresa in passato da numerosi Stati capitalisti. Questo è stato fatto per diversificare l'economia capitalistica, per consentire allo Stato di orientare meglio l'economia o a beneficio di sezioni del capitale. Senza dubbio, alcuni capitalisti, sia oggi che in passato, non amano le nazionalizzazioni, in quanto li privano della proprietà diretta. Essi, quindi resistono; ma perché essi lo fanno non significa automaticamente che le nazionalizzazioni siano socialiste o addirittura portano benefici ai lavoratori. In alcuni casi, le nazionalizzazioni, come in Spagna alla fine degli anni '30, sono stati utilizzati dallo Stato per prendeere le fabbriche dai lavoratori, in modo da fermare le collettivizzazioni e l'autogestione.
E' quindi del tutto sbagliato suggerire semplicemente che, siccome lo Stato venezuelano possiede un certo numero di fabbriche -in costante crescita-, il socialismo si stia lentamente creando: piuttosto il capitalismo rimane saldamente al suo posto, ma con alcune fabbriche sotto il controllo statale. In Venezuela, come sarà discusso in seguito, la proprietà statale non fa troppi controlli sulla base paritaria dei lavoratori o del 'popolo', ma anzi sono gli alti funzionari a fare il bello e il cattivo tempo. I rapporti di produzione non sono cambiati, e nonostante quello che alcuni esponenti della sinistra cercano e rivendicano, nelle fabbriche rimane una struttura gerarchica e capitalistica, anche se sono parzialmente o completamente nazionalizzate. I lavoratori che fanno autogestione, semplicemente, non esistono. Il Venezuela è un altro esempio classico di come i manager statali ben pagati e i loro alleati, beneficiano e controllano tutti gli aspetti importanti della produzione nazionalizzata, a scapito dei lavoratori.
Un buon esempio di come ai lavoratori venga negato il potere da parte dello Stato, si può vedere negli eventi accaduti in precedenza, precisamente in seguito allo sciopero del petrolio del 2002/03. Durante lo sciopero, i lavoratori (quelli che erano rimasti al lavoro per cercare di spezzare lo sciopero), avevano assunto la gestione della PDVSA e avevano iniziato ad attuare degli aspetti tipici dell'autogestione. Una volta che la situazione si era stabilizzata, lo Stato era intervenuto e si era conclusa l'autogestione. Nuovi manager e dirigenti erano stati nominati dallo Stato, e i rapporti di produzione sono tornati a quelli che possiamo definire capitalistici: ovvero che questi manager e dirigenti istruiscono i lavoratori su cosa fare, ordinano loro di fare le cose più disparate, minacciando punizioni, anche nei casi in cui tali ordini sono ridicoli [114] [115]. I nuovi manager/dirigenti hanno iniziato a prendere una quota sproporzionatamente elevata della ricchezza prodotta dai lavoratori, e dei lucrosi contratti sono stati consegnati ai fornitori di servizi, legati a livello politico. Alcuni dei nuovi dirigenti, come Eudomario Carruyo Jnr, e nuovi contraenti, come Ruperti, sono divenuti estremamente ricchi come risulta dai vari dati in nostro possesso [116]. Niente di tutto questo può approfondire l'autogestione dei lavoratori. Quindi, l'elitè dello Stato cerca ogni modo per non far iniziare pratiche del genere, in modo da assicurarsi gli alti stipendi e i contratti redditizi. Infatti, poiché gli aspetti statali schiacciano l'autogestione dei lavoratori -perché verrebbe contraddetta la logica gerarchica e di controllo dello Stato-, le condizioni di lavoro dei lavoratori di basso rango della PDVSA, vengono diminuiti. I salari dei lavoratori erano stati congelati da quei dirigenti statali nominati tra il 2007 e il 2009, e i lavoratori che avevano fatto richiesta di migliori condizioni di lavoro, sono stati tacciati di essere dei criminali [117]. Lungi dall'essere definiti secondo i rapporti socialisti, i manager di Stato preposti e i dirigenti della PDVSA, hanno agito in modo altamente oppressivo nei confronti dei lavoratori stessi, i quali avevano contribuito a salvare il governo durante lo sciopero del petrolio del 2002/03.
La stessa mancanza del controllo e dell'autogestione operaia, può essere vista in tutti i settori dei servizi pubblici dello Stato. La situazione è così disastrosa per i lavoratori di basso rango del settore statale, che è stato riportato, nel 2009, la mancanza di una contrattazione collettiva dei dipendenti pubblici: tale mancanza, per la precisione, risaliva dal 2004. Le condizioni di lavoro e la retribuzione in queste istituzioni, sono state unilateralmente attuate dal management, con i lavoratori che non hanno voce in capitolo o un reale controllo sulle operazioni o sulla produzione. Anche i contratti collettivi di base non erano al loro posto. Ciò ha contribuito alla situazione in cui quasi il 70% dei lavoratori «pubblici», guadagnano un salario minimo, mentre gli alti funzionari statali continuano ad essere pagati profumatamente [118] [119]. Anche quando gli accordi sono stati negoziati e sono stati raggiunti, vengono ignorati dai manager statali, come gli scioperi della Metro di Caracas.
I lavoratori della Metro di Caracas -azienda in mano allo Stato-, hanno dovuto lottare per un anno e mezzo con gli alti dirigenti dello Stato per cercare di raggiungere un accordo circa i salari e le condizioni di lavoro. Il direttore della Metro, insieme con lo stesso Chavez, ha visto che l'accordo era troppo favorevole ai lavoratori e lo hanno ignorato. Quando gli operai sono scesi in sciopero per cercare di far rispettare l'accordo, Chavez ha scatenato sia la sezione politica della polizia di Stato (DISIP) che l'intelligence militare (DIM), in modo da spezzare lo sciopero. Quando questi hanno fallito, Chavez ha minacciato di inviare l'esercito a prendere la metro e sparare a tutti i lavoratori in sciopero. I dirigenti sindacali, che erano membri del PSUV, hanno posto una forte pressione sui lavoratori per terminare lo sciopero. In tale stato di repressione, i lavoratori sono stati, alla fine, costretti a cedere [120] [121].
Il mito del "co-management"
All'interno di un certo numero di fabbriche parzialmente o completamente nazionalizzate dallo Stato, tuttavia, esso ha cercato di sostenere un sistema di co-management -dove i lavoratori e lo Stato, presumibilmente, gestiscono l'impresa insieme- e metterlo in atto. Queste presunte imprese co-management sono state spesso salutate come una sorta di paradiso per i lavoratori da vari siti della sinistra internazionale [122] [123] [124].
Ancora una volta la verità non è così rosea e la retorica dello Stato non è andata ben oltre le sue pratiche. Molti delle fabbriche "co-managed" sono piene di elementi di gestione gerarchica e autoritaria, dove i lavoratori che possono essere licenziati a piacimento e con un basso controllo della sicurezza. Anche nel migliore dei casi di co-management che abbia coinvolto quei lavoratori che danno consigli, di giorno in giorno, sui problemi incontrati nella produzione, le decisioni strategiche sono in mano allo Stato [125]. All'interno di molte di queste fabbriche co-management, lo Stato e i lavoratori sono spesso ai ferri corti. Vi è anche un discorso in termini di retribuzione tra i funzionari statali che controllano le fabbriche "co-managed" e i lavoratori. In molti luoghi di lavoro co-management, i lavoratori spesso non vengono regolarmente pagati in tempo.
Questa pratica del "co-managed" avviene anche verso le imprese che di solito coinvolgono lo Stato; e quest'ultimo detiene una quota di maggioranza della società, in cui i lavoratori sono organizzati come una cooperativa e in possesso di un quota di minoranza. Nella maggior parte dei casi, per acquistare una quota di minoranza, i lavoratori di queste cooperative vanno in debito con lo Stato, con la società o una banca privata. Ci sono un certo numero di imprese co-management in Venezuela, tra cui la Invepal, l'Alcasa e l'Inveval. Il fatto che lo Stato abbia una quota di maggioranza delle fabbriche "co-managed", l'ha portato ad avere un potere maggiore verso i lavoratori, e non è stato timido nell'utilizzare questo potere quando è entrato in conflitto con i lavoratori. La celebre Invepal è un buon esempio di come questa abbia fatto tali giochi.
Quando lo Stato è entrato nella Invepal, ha preso una quota di maggioranza e i lavoratori sono stati incoraggiati a formare una cooperativa, in modo da prendere una partecipazione di minoranza nella società attraverso l'acquisizione di un prestito da una banca privata. Nonostante l'affermazione che la società fosse co-management, il Presidente della Invepal è stato nominato direttamente dallo Stato. Lo Stato e il presidente della società detenevano il potere reale. La quota che i lavoratori possedevano della società, era in gran parte priva di senso in quanto non erano stati coinvolti nelle decisioni importanti. Nel 2005, il Presidente dell'Invepal ha deciso, in maniera unilaterale, di nominare un nuovo team di gestione. Il nuovo management team, al fine di impressionare i loro benefattori dello Stato, avevano deciso di tagliare i costi di produzione utilizzando i lavoratori a contratto. I lavoratori a contratto erano stati costretti a lavorare in condizioni peggiori rispetto agli altri lavoratori e ricevevano una paga più bassa per fare lo stesso lavoro. Le proteste esplosero presso l'azienda. Lo Stato, lungi dal fare marcia indietro, aveva licenziato 120 dei lavoratori che protestavano [126].
Dopo una lunga lotta dei lavoratori rimanenti, essi avevano ottenuto il diritto di eleggere i "manager" della propria linea. Questi "manager", in pratica, avevano poco potere e lo Stato aveva continuato a impostare unilateralmente le condizioni di occupazione e salari. Nel 2006, quando lo Stato aveva deciso di ridurre la fine del bonus anno per i lavoratori, gli operai erano scesi di nuovo sul piede di guerra. Questa volta erano scesi in strada in segno di protesta. Questa situazione aveva portato i lavoratori a commentare che la "co-management", che è in parte di proprietà statale, non aveva migliorato la loro vita e le loro condizioni di lavoro [127]. Avevano detto: "E' come sempre ... lo sfruttamento è lo stesso di prima" [128]. È un dato di fatto che le condizioni materiali per i lavoratori sono stati peggiori sotto la "co-management", in quanto sono finiti indebitati con la loro quota di partecipazione minoritaria della società.
La Invepal non è stata l'unico esempio di "co-management" farsesco. Il manifesto-figlio del "co-management", Alcasa, ha avuto grossi problemi. Anche lì, quando l'azienda è diventata "co-managed", lo Stato ha nominato il direttore. Le assemblee dei lavoratori sono state istituite, ma queste assemblee avevano un potere molto limitato. Sono stati autorizzati a trattare le questioni relativamente banali, come ad esempio la distribuzione di abiti da lavoro e gli orari per la pulizia, ma le decisioni importanti sono state fatte da funzionari statali e dal direttore designato dallo Stato. Il direttore e lo Stato, nonostante la loro retorica che proclamavano di voler costruire il controllo delle fabbriche da parte dei lavoratori, non erano contrari all'uso di elementi di neo-liberismo nella produzione. I lavoratori a contratto sono stati utilizzati su larga scala e le loro condizioni di lavoro sono state spaventose. Sono stati completamente esclusi dalla "co-managed" e non sono stati autorizzati a partecipare alle assemblee. Inoltre, gli era stato vietato l'utilizzazione di attrezzature aziendali, compresa la mensa, e sono stati pagati con salari molto più bassi, oltre ad essere stati esclusi dal beneficio dei bonus. I lavoratori, regolarmente, hanno dovuto svolgere del lavoro "volontario", senza che gli venisse pagato un'extra. Quando i lavoratori hanno denunciato questa situazione, lo Stato ha risposto accusandoli di mancanza di ethos socialista, di essere degli "avari" e "individualisti", e sono stati prescritti corsi di formazione politica per porre rimedio a questo [129]. Lo Stato, apparentemente deluso dal fatto che i lavoratori erano riusciti a capire che l'esternalizzazione e altre pratiche neo-liberiste non erano robe socialiste, ha cambiato il top management. A ogni ricambio, lo Stato ha dato al nuovo direttore dei titoli orwelliani altisonanti, come l'operaio-presidente. L'autogestione genuina dei lavoratori, al contrario, non venne consentita [130].
Lungi dall'essere paradisi che siano a favore dell'autogestione, le imprese statali in Venezuela sono caratterizzate da rapporti di dominio, oppressione e sfruttamento. Lo Stato ha cercato, a volte, di minare e sfidare la capacità dei lavoratori con le cattive condizioni di lavoro e salari bassi. E, di conseguenza, poco importa se la fabbrica è dello Stato o di un proprietario capitalista: i lavoratori non hanno ancora il potere della democrazia diretta sul posto di lavoro. Il "Co-management" e altri regimi statali sono spesso diventati un modo per lo Stato di sfruttare i lavoratori, tra cui quello di spingere attraverso gli aspetti della produzione snella, della precarietà e l'esternalizzazione. Tali relazioni e pratiche non sono questioni marginali. In una società dove c'è un modello gerarchico e oppressivo nei rapporti di produzione, il socialismo reale non esiste e non può esistere. I rapporti oppressivi di produzione sono un denominatore comune in tutte le società con base classista, tra cui il Venezuela. Come Maurice Brinton ha sottolineato:
"Senza rivoluzionare i rapporti di produzione...la società è ancora una società dove esiste la classe dei dirigenti che gestisce la produzione. Le relazioni di proprietà, in altre parole, non necessariamente riflettono i rapporti di produzione. Esse possono servire a mascherarle - come spesso accade" [131]
Ci sono anche numerosi esempi tratti dalla storia che dimostrano che gli interessi dei lavoratori auto-gestiti e la proprietà statale siano incompatibili. Gli Stati hanno dimostrato di non avere quasi alcun interesse a consentire ai lavoratori di gestire i propri affari o consentire loro la democrazia nei luoghi di lavoro, perché si minerebbe la capacità dello Stato di controllare la produzione e si verrebbe ad erodere il potere della classe dominante. La stessa Unione Sovietica è un primo esempio di questo. Era lo Stato sovietico, sotto la dittatura del partito bolscevico, a schiacciare l'autogestione. Questo era accaduto poco dopo la Rivoluzione d'Ottobre, quando gli interessi della classe operaia avevano cominciato a scontrarsi apertamente con quelli dell'elité del partito bolscevico. Come tale, era stato nel 1918 che Lenin aveva concluso l'autogestione, decretando l'attuazione della "one-man management" [132]. Questo ha visto lo Stato sovietico nominare nuovi manager, spesso dalle fila della vecchia elite, e cessare con la forza ogni pretesa di democrazia nei luoghi di lavoro -spesso puntando una pistola. Il fatto che lo Stato sovietico avesse nazionalizzato la maggior parte delle fabbriche, che erano state inizialmente sequestrate dai lavoratori ai capitalisti, aveva contribuito a questo: dare un potere immenso allo Stato sovietico, il quale lo esercitava contro i lavoratori [133]. Lo Stato, che non è lavoratore e mai può esserlo (a causa della sua natura e progettazione oppressiva e gerarchica di una minoranza che governa una maggioranza), e la proprietà che possiede, non è mai stata tradotta nella socializzazione della proprietà e della ricchezza: non ha mai portato a porre fine al capitalismo, ma anzi a soffocare il controllo operaio. La nazionalizzazione, per di più, non ha rotto i rapporti di produzione che il capitalismo definisce, ma piuttosto lo ri-istituisce e lo radica sempre più. Pertanto, la logica stessa di tutti gli Stati, si è sempre dimostrata centralista, autoritaria ed elitaria. Questo significa che gli Stati sono incompatibili con l'autogestione. Come tale, la nazionalizzazione sotto controllo operaio ha dimostrato di essere un ossimoro storico: un fine tattico e un'ideologia morta che mina l'autogestione dei lavoratori. Lo stesso è accaduto in Venezuela: i lavoratori restano degli schiavi salariati, che sono anche oppressi e sfruttati nelle fabbriche nazionalizzate e negli istituti statali.
Un grosso attacco alle lotte operaie
La verità che i lavoratori hanno poco potere nelle fabbriche totalmente o parzialmente nazionalizzate in Venezuela, e si sentono sfruttati, e quindi degli oppressi, può essere visto nell'ondata di scioperi che sono scoppiati tra il 2008 e oggi. Innegabilmente, le fabbriche totalmente o parzialmente di proprietà statale nei settori dell'acciaio, dell'alluminio e del ferro sono stati i siti centrali di questi scioperi. Questo ha visto i lavoratori nei luoghi di lavoro parzialmente o completamente nazionalizzate, come Alcasa, Sidor, Ferrominara, Bauxilum, Velteca, Matesi e Venezulana Corporacion de Guayana, confrontarsi con i manager di Stato. Alcune delle lamentele dei lavoratori hanno incluso le insicure condizioni di lavoro, il non pagamento in tempo -durato anche per mesi-, benefit e bonus arbitrariamente revocati, essere costretti a prendere lunghi periodi di pausa perché lo Stato non è in grado di soddisfare i costi salariali e di essere pressurizzati a lavorare ore extra "volontariamente". I lavoratori di queste fabbriche si sono spesso uniti per cercare di forzare la gestione corrente e di porre fine alla precarizzazione e all'esternalizzazione; e i lavoratori a contratto hanno richiesto di essere assunti in modo permanente [134] [135] [136] [137].
Lo Stato ha risposto a tali scioperi nel modo tipico della classe dirigente: con una combinazione di alcune concessioni e una dose di repressione. Anche se a volte sostiene che le questioni che sono state sollevate da parte dei lavoratori verranno controllate, molti dei lavoratori coinvolti sono stati arrestati. I lavoratori, che avevano intrapreso gli scioperi e le proteste, sono stati minacciati di licenziamento. Al culmine degli scioperi delle industrie di proprietà statale nel 2009, Chavez aveva lanciato un attacco verbale, nel quale ridicolizzava le richieste dei lavoratori e minacciava che avrebbe mandato la polizia a trattare con loro [138]. In effetti, egli aveva affermato che: "Se minacciano di smettere di lavorare, mi occuperò io stesso del problema... le persone che vanno in sciopero di un'impresa di Stato, danno fastidio al Presidente della Repubblica" [139].La volontà dello Stato di usare la violenza contro gli scioperi delle industrie di proprietà statale, è stata evidente negli ultimi anni. Nel solo 2009, oltre 40 scioperi e occupazioni, sono stati attaccati dalle forze statali, portando al ferimento di oltre 100 persone. Alcuni lavoratori individuati come i capi di questi scioperi o proteste, sono stati condannati a lunghe pene detentive [140]. Alcune delle vittime di questa repressione di Stato sono stati degli chavisti. Un membro del PSUV e sindacalista, Ruben Gonzalez, era stato condannato a 7 anni di carcere da parte dello Stato, che lo aveva accusato di violenza durante uno sciopero all'impresa statale della Ferrominera Orinoco [141]. Dopo oltre un anno dietro le sbarre, è stato finalmente rilasciato dopo varie proteste su larga scala e dopo la minaccia di uno sciopero generale che sarebbe dovuto continuare, qualora egli fosse rimasto in carcere. Al rilascio, hanno continuato a collocare su di lui delle severe restrizioni, come quella che deve riferire ogni 15 giorni alle autorità. La situazione di Gonzalez non è un caso isolato. Secondo quanto riferito, almeno 125 militanti operai restano in prigione per essere stati coinvolti in azioni di scioperi o occupazioni varie [142]. Il sindacalista e operaio delle acciaierie, José Rodríguez, forse riassume al meglio la situazione, dicendo: "siamo convinti che non si tratta solo di una politica isolata, ma di una politica di Stato, che chiamiamo come criminalizzazione della nostra lotta" [143].
Mentre lo Stato ha a volte ascoltato le chiamate dei lavoratori sulla nazionalizzazione delle fabbriche, soprattutto quando sono state le fabbriche dell'élite bolivariana rivale della classe dirigente, lo Stato in molti casi si è saldamente allineato con le società private contro i lavoratori. Ciò è avvenuto quando i capitalisti hanno avuto legami con l'elite dello Stato o quando le società coinvolte sono state viste come principali investitori. Ad esempio, nel 2009, dopo una serie di battaglie, gli operai della fabbrica Hyundai-Mitsubishi, avevano deciso di occupare lo stabilimento per cercare di ottenere gli stipendi non pagati e per cercare di garantire a loro stessi dei contratti di assunzione. Lo Stato, lungi dal sostenere i lavoratori, si muoveva rapidamente e fortemente contro di loro. Le forze speciali sono state schierate sia per sfrattare gli occupanti e sia per le operazioni di ripristino. Durante questa fase, sono stati uccisi 2 operai e feriti gravemente altri 6. Il motivo per cui lo Stato si spostato in modo così rapido e senza pietà contro i lavoratori, è stato perché ha identificato la Mitsubishi-Hyundai come una chiave per dei futuri investimenti. Chiaramente, per lo Stato, vengono avvantaggiati i capitalisti e gli investitori importanti rispetto ai lavoratori.
I partiti chavisti, incluso il PSUV, hanno anche una lunga storia di tentativi di fondare sindacati sotto il loro controllo, e che mirano a soffocare il potere genuino operaio, comprese le prospettive delle lotte di quest'ultimi. Utilizzando questa strategia, i "bolivariani" non sono stati diversi dai partiti dei governi passati: essi volevano i sindacati conformi per smussare ogni possibile minaccia rappresentata dalla classe operaia. Tutti le iniziative dei "bolivariani" nell'istituire sindacati, sono, di conseguenza, sviluppati dall'alto verso il basso. Secondo un gruppo sindacale di sinistra, Opción Obrera, questo ha visto l'elite chavista mantenere, con metodi subdoli, il controllo dei sindacati, e utilizzarli come una raccolta di macchine da voto per il Partito. Parte del desiderio di controllare i sindacati da parte dell'élite "bolivariana" è anche per garantirne la lealtà incondizionata nei confronti dello Stato. Alla luce di questo, non è forse una sorpresa che la corruzione sia diffusa nei sindacati gestiti dai "bolivariani". Considerando anche che la lealtà allo Stato è vista come una priorità, non è sorprendente che 243 contratti collettivi di lavoro con lo Stato fossero scaduti e non erano stati rinegoziati nel 2007 [144].
Sembra che Chavez e l'elite "bolivariana", abbiano paura del concetto di sindacato indipendente dei lavoratori, perché metterebbe a repentaglio le capacità dello Stato nel mantenere le lotte dei lavoratori sotto controllo. Chavez ha ammesso apertamente ciò: "i sindacati non dovrebbero essere autonomi ... è necessario farla finita con questo" [145]. Al Velteca, che in parte è di proprietà statale, la gestione ha fatto eco a questo sentimento. Quando i lavoratori hanno cercato di istituire un sindacato indipendente a seguito di un'azione di protesta, la gestione ha immediatamente bloccato tutto. La giustificazione è stata questa: "la parola "sindacato" non rientra all'interno di una società socialista ... all'interno di un sistema socialista non vi è alcuna necessità di un sindacato"[146].
Questa atmosfera di oppressione nei confronti dei lavoratori militanti, e la paura di un autentico potere della classe operaia da parte dello Stato "bolivariano", ha portato Orlando Chirino, militante della sinistra dei lavoratori, a dire che lui non aveva mai "visto l'estremo a cui siamo arrivati oggi con la criminalizzazione delle proteste ... quando stai ... distribuendo volantini ad un cancello di una fabbrica, parlando attraverso un megafono, partecipando a un'assemblea, usano i corpi repressivi dello Stato quale la detenzione dei capi in prigione, e in prigione li accusano dei più svariati reati. Questo finisce che ai militanti sindacali, gli vietano di recarsi presso le imprese in cui svolgono il loro lavoro politico "[147]. Lungi dal rilasciare una forma di autogestione per i lavoratori, lo Stato "bolivariano" ha sempre iniziato il tutto con dei manager al comando, e limitando ai lavoratori veri e propri l'autogestione, e anche con la repressione degli scioperi, in nome della tutela statale o delle proprietà private.
Continua nella Quarta Parte
Note
114Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
115 www.anarkismo.net/newswire.php?story_id=3378
116http://www.sptimes.com/2007/12/17/State/Politically_connected.shtml
117Wetzel, T. Venezuela from below.http://www.zcommunications.org/venezuela-from-below-by-tom-wetzel 22nd August 2011
118Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
119Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
120 Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
121Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
122http://www.workers.org/2005/world/venezuela-0519/
123http://www.greenleft.org.au/node/38072
124http://directaction.org.au/issue28/developing_workers_control_in_venezuela
125Lopez, S. Venezuelaand the ‘Bolivarian Revolution’. www.internationalist-perspective.org/IP/ip-archive/ip_53_venezuela.htmlApril 2009
126http://www.bolshevik.org/1917/no30/no30-Venezuela.html
127http://libcom.org/library/the-myth-co-management-venezuela-reflections-alcasa-invepal
128Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States, p. 188
129 Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
130 www.bnamericas.com › Home › Metals
131Brinton, M. 1975. The Bolsheviks and Workers’ Control 1917-1921. Black Rose Press: Canada, p. 7.
132Brown, T. 1995. Lenin and Workers’ Control. AK Press: United States
133Brinton, M. 1970. The Bolsheviks and Workers’ Control. Black Rose Books: Canada
134http://es.internationalism.org/ismo/2000s/2010s/2010/58_edito
135http://www.steelorbis.com/steel-news/latest-news/strike-at-sidor-affecting-national-steel-supply-565481.htm
136http://signalfire.org/?p=10617
137http://www.wsws.org/articles/2012/feb2012/wkrs-f14.shtml
138http://libcom.org/library/bolivarian-government-against-union-autonomy-fai
139http://es.internationalism.org/ismo/2000s/2010s/2010/58_edito
140 http://libcom.org/news/el-libertario-why-there-popular-protest-venezuela-21032010
141http://revolutionaryfrontlines.wordpress.com/category/latin-america/venezuela/
142http://www.socialistworld.net/doc/4915
143http://ipsnews.net/news.asp?idnews=53858
144Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States
145Uzcategui, R. 2010. Venezuela: Revolution as Spectacle. Sharp Press: United States , p. 43
146 http://libcom.org/library/venezuela-vetelca-story-first-ever-bolivarian-factory
147Wetzel, T. Venezuela from below.http://www.zcommunications.org/venezuela-from-below-by-tom-wetzel 22nd August 2011 p. 5
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Riflessioni su FAItaliana e Programma Anarchico di Malatesta
Articolo scritto da Andrea C., in risposta al delirio dell'articolo apparso su L'Inkiesta
Ciò che ha dichiarato Maria Matteo in questo articolo è ipocritamente falso, mistificatorio e storicamente revisionista.
A parte il fatto che sarebbe tutto da dimostrare il che la Federazione Anarchica Italiana sia "il più importante gruppo anarchico del paese" Forse sarebbe stato corretto affermare il gruppo con più tesserati. Tra i giovani ha scarso seguito e quel che peggio è che ormai da decenni non riesce a fare presa sulla società. Nelle maggiori lotte dal basso è assente: come in quella per il diritto all'abitare.
Viene vista da molte individualità e collettivi anarchici sparsi su tutto il territorio come una organizzazione autoreferenziale lideristica rigida che pone un pacchetto di pensieri e autori cui rifarsi pena la scomunica.
Ma a parte ciò Malatesta si starà ribaltando nella tomba. Non era un pacifista come lo si vorrebbe dipingere per scopi bassamente opportunistici e nel più totale spregio di quello che fù il pensiero e l'azione di Malatesta che lo vide protagonista e sobillatore delle insurrezioni armate di Bologna e del Matese.
Nel suo programma Anarchico scriveva chiaramente: "Lasciando da parte l'esperienza storica (la quale dimostra che mai una classe privilegiata si è spogliata, in tutto o in parte dei suoi privilegi, e mai un governo ha abbandonato il potere se non vi è stato obbligato dalla forza o dalla paura della forza), bastano i fatti contemporanei per convincere chiunque che la borghesia ed i governi intendono impiegare la forza materiale per difendersi, non solo contro l'espropriazione totale, ma anche contro le più piccole pretese popolari, e son pronti sempre alle più atroci persecuzioni, ai più sanguinosi massacri. Al popolo che vuole emanciparsi non resta altra via che quella di opporre la forza alla forza."
Sapeva bene Malatesta che purtroppo non era tutto pace e amore il potere..
Certo gli anarchici son contro la violenza per natura. Vorrebbero una società giusta e felice.
Ma sanno bene che la violenza è patrimonio dello stato che va abbattuto.
Malatesta ancora scrive: "Risulta da quanto abbiamo detto che noi dobbiamo lavorare, per risvegliare negli oppressi il desiderio vivo di una radicale trasformazione sociale, e persuaderli che unendosi, essi hanno la forza di vincere; dobbiamo propagare il nostro ideale e preparare le forze morali e materiali necessari a vincere le forze nemiche, e ad organizzare la nuova società. E quando avremo la forza sufficiente dobbiamo, profittando delle circostanze favorevoli che si producono o creandole noi stessi, fare la rivoluzione sociale, abbattendo, colla forza, il governo, espropriando, colla forza, i proprietari"
Con l'uso della forza abbattere il governo ed espropriare i proprietari...
Trovo davvero grave e volgare nascondere la memoria storica del pensatore cui la Federazione Anarchica Italiana pretenderebbe di rifarsi. E tutto questo per paura. E tutto questo in una fase che vede risorgere la strategia della tensione.
Ancora dal programma anarchico di Errico Malatesta: "Noi non dobbiamo aspettare dì poter fare l'anarchia ed intanto limitarci alla semplice propaganda. Se facessimo così, presto avremmo esaurito il campo; Noi dobbiamo cercare che il popolo, nella sua totalità o nelle sue frazioni, pretenda, imponga, prenda da sé tutti i miglioramenti, tutte le libertà che desidera, man mano che giunge a desiderarle ed ha la forza di imporle; e propagandando sempre tutto intero il nostro programma e lottando sempre per la sua attuazione integrale, dobbiamo spingere il popolo a pretendere ed imporre sempre di più fino a che non ha raggiunto l'eman-cipazione completa."
Davvero grave per chi si dice anarchico stravolgere il lascito di Malatesta che per le sue idee ed azioni venne imprigionato dallo stato.
Ancora dal suo programma che evidentemente la FAI italiana vuole cancellare: "Presto dunque si presenta per gli operai, che intendono emanciparsi o anche solo di migliorare seriamente le loro condizioni, la necessità di attaccare il governo, il quale, legittimando il diritto di proprietà e sostenendola colla forza brutale, costituisce una barriera innanzi al progresso, che bisogna abbattere colla forza se non si vuole restare indefinitamente nello stato attuale e peggio."
Attaccare il governo e abbattere con la forza... Vecchi scritti che gridano vendetta alla mancanza finanche morale degli "eredi" mistificatori.
E ancora: "Limite all'oppressione del governo è la forza che il popolo si mostra capace di opporgli. Vi può essere conflitto aperto o latente, ma conflitto v'è sempre; poiché il governo non si arresta innanzi il malcontento ed alla resistenza popolare se non quando sente il pericolo dell'insurrezione."
Conflitto vi è sempre..
Malatesta in questo passo auspica il conflitto violento e l'insurrezione: parola che da sola fà accapponare la pelle ai docili pacifisti della FAI italiana:
"Quando il popolo sottostà docilmente alla legge, o la protesta è debole e platonica, il governo fa i comodi suoi senza curarsi dei bisogni popolari; quando la protesta diventa viva, insistente, minacciosa, il governo, secondo che è più o meno illuminato, cede o reprime. Ma sempre si arriva all'insurrezione, perché se il governo non cede, il popolo acquista fiducia in sé e pretende sempre di più, fino a che l'incompatibilità tra la libertà e l'autorità diventa evidente e scoppia il conflitto violento."
E inoltre: "È necessario dunque prepararsi moralmente e materialmente perché allo scoppio della lotta violenta la vittoria resti al popolo.L'insurrezione vittoriosa è il fatto più efficace per l'emancipazione popolare"
"L'insurrezione determina la rivoluzione, cioè il rapido attuarsi delle forze latenti accumulate durante la precedente evoluzione."
Si sa: la rivoluzione non è un ballo in maschera..
E per chiudere dimostrando che il programma anarchico di Malatesta è pieno di affermazioni che vedono necessario e indispensabile l'uso della violenza: "E se la massa dei popolo non risponderà all'appello nostro, noi dovremo - in nome del diritto che abbiamo di esser liberi anche se gli altri vogliono restare schiavi e per l'efficacia dell'esempio - attuare da noi quanto più potremo delle nostre idee, e non riconoscere il nuovo governo, e mantenere viva la resistenza, e far si che le località dove le nostre idee saranno simpaticamente accolte si costituiscano in comunanze anarchiche, respingano ogni ingerenza governativa, stabiliscano libere relazioni con le altre località e pretendano di vivere a modo loro. Noi dovremo, soprattutto, opporci con tutti i mezzi alla ricostituzione della polizia e dell'esercito"
CIAO ERRICO!
Link esterni
Il programma anarchico di Malatesta
La violenza di Malatesta
Ciò che ha dichiarato Maria Matteo in questo articolo è ipocritamente falso, mistificatorio e storicamente revisionista.
A parte il fatto che sarebbe tutto da dimostrare il che la Federazione Anarchica Italiana sia "il più importante gruppo anarchico del paese" Forse sarebbe stato corretto affermare il gruppo con più tesserati. Tra i giovani ha scarso seguito e quel che peggio è che ormai da decenni non riesce a fare presa sulla società. Nelle maggiori lotte dal basso è assente: come in quella per il diritto all'abitare.
Viene vista da molte individualità e collettivi anarchici sparsi su tutto il territorio come una organizzazione autoreferenziale lideristica rigida che pone un pacchetto di pensieri e autori cui rifarsi pena la scomunica.
Ma a parte ciò Malatesta si starà ribaltando nella tomba. Non era un pacifista come lo si vorrebbe dipingere per scopi bassamente opportunistici e nel più totale spregio di quello che fù il pensiero e l'azione di Malatesta che lo vide protagonista e sobillatore delle insurrezioni armate di Bologna e del Matese.
Nel suo programma Anarchico scriveva chiaramente: "Lasciando da parte l'esperienza storica (la quale dimostra che mai una classe privilegiata si è spogliata, in tutto o in parte dei suoi privilegi, e mai un governo ha abbandonato il potere se non vi è stato obbligato dalla forza o dalla paura della forza), bastano i fatti contemporanei per convincere chiunque che la borghesia ed i governi intendono impiegare la forza materiale per difendersi, non solo contro l'espropriazione totale, ma anche contro le più piccole pretese popolari, e son pronti sempre alle più atroci persecuzioni, ai più sanguinosi massacri. Al popolo che vuole emanciparsi non resta altra via che quella di opporre la forza alla forza."
Sapeva bene Malatesta che purtroppo non era tutto pace e amore il potere..
Certo gli anarchici son contro la violenza per natura. Vorrebbero una società giusta e felice.
Ma sanno bene che la violenza è patrimonio dello stato che va abbattuto.
Malatesta ancora scrive: "Risulta da quanto abbiamo detto che noi dobbiamo lavorare, per risvegliare negli oppressi il desiderio vivo di una radicale trasformazione sociale, e persuaderli che unendosi, essi hanno la forza di vincere; dobbiamo propagare il nostro ideale e preparare le forze morali e materiali necessari a vincere le forze nemiche, e ad organizzare la nuova società. E quando avremo la forza sufficiente dobbiamo, profittando delle circostanze favorevoli che si producono o creandole noi stessi, fare la rivoluzione sociale, abbattendo, colla forza, il governo, espropriando, colla forza, i proprietari"
Con l'uso della forza abbattere il governo ed espropriare i proprietari...
Trovo davvero grave e volgare nascondere la memoria storica del pensatore cui la Federazione Anarchica Italiana pretenderebbe di rifarsi. E tutto questo per paura. E tutto questo in una fase che vede risorgere la strategia della tensione.
Ancora dal programma anarchico di Errico Malatesta: "Noi non dobbiamo aspettare dì poter fare l'anarchia ed intanto limitarci alla semplice propaganda. Se facessimo così, presto avremmo esaurito il campo; Noi dobbiamo cercare che il popolo, nella sua totalità o nelle sue frazioni, pretenda, imponga, prenda da sé tutti i miglioramenti, tutte le libertà che desidera, man mano che giunge a desiderarle ed ha la forza di imporle; e propagandando sempre tutto intero il nostro programma e lottando sempre per la sua attuazione integrale, dobbiamo spingere il popolo a pretendere ed imporre sempre di più fino a che non ha raggiunto l'eman-cipazione completa."
Davvero grave per chi si dice anarchico stravolgere il lascito di Malatesta che per le sue idee ed azioni venne imprigionato dallo stato.
Ancora dal suo programma che evidentemente la FAI italiana vuole cancellare: "Presto dunque si presenta per gli operai, che intendono emanciparsi o anche solo di migliorare seriamente le loro condizioni, la necessità di attaccare il governo, il quale, legittimando il diritto di proprietà e sostenendola colla forza brutale, costituisce una barriera innanzi al progresso, che bisogna abbattere colla forza se non si vuole restare indefinitamente nello stato attuale e peggio."
Attaccare il governo e abbattere con la forza... Vecchi scritti che gridano vendetta alla mancanza finanche morale degli "eredi" mistificatori.
E ancora: "Limite all'oppressione del governo è la forza che il popolo si mostra capace di opporgli. Vi può essere conflitto aperto o latente, ma conflitto v'è sempre; poiché il governo non si arresta innanzi il malcontento ed alla resistenza popolare se non quando sente il pericolo dell'insurrezione."
Conflitto vi è sempre..
Malatesta in questo passo auspica il conflitto violento e l'insurrezione: parola che da sola fà accapponare la pelle ai docili pacifisti della FAI italiana:
"Quando il popolo sottostà docilmente alla legge, o la protesta è debole e platonica, il governo fa i comodi suoi senza curarsi dei bisogni popolari; quando la protesta diventa viva, insistente, minacciosa, il governo, secondo che è più o meno illuminato, cede o reprime. Ma sempre si arriva all'insurrezione, perché se il governo non cede, il popolo acquista fiducia in sé e pretende sempre di più, fino a che l'incompatibilità tra la libertà e l'autorità diventa evidente e scoppia il conflitto violento."
E inoltre: "È necessario dunque prepararsi moralmente e materialmente perché allo scoppio della lotta violenta la vittoria resti al popolo.L'insurrezione vittoriosa è il fatto più efficace per l'emancipazione popolare"
"L'insurrezione determina la rivoluzione, cioè il rapido attuarsi delle forze latenti accumulate durante la precedente evoluzione."
Si sa: la rivoluzione non è un ballo in maschera..
E per chiudere dimostrando che il programma anarchico di Malatesta è pieno di affermazioni che vedono necessario e indispensabile l'uso della violenza: "E se la massa dei popolo non risponderà all'appello nostro, noi dovremo - in nome del diritto che abbiamo di esser liberi anche se gli altri vogliono restare schiavi e per l'efficacia dell'esempio - attuare da noi quanto più potremo delle nostre idee, e non riconoscere il nuovo governo, e mantenere viva la resistenza, e far si che le località dove le nostre idee saranno simpaticamente accolte si costituiscano in comunanze anarchiche, respingano ogni ingerenza governativa, stabiliscano libere relazioni con le altre località e pretendano di vivere a modo loro. Noi dovremo, soprattutto, opporci con tutti i mezzi alla ricostituzione della polizia e dell'esercito"
CIAO ERRICO!
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giovedì 24 maggio 2012
Sul Blockupy Frankfurt
Christina Lundberg trasmette questo commento: - rispondo ad alcune domande: io sono della Germania e questa è una procedura standard (quando la manifestazione è di una certa dimensione), per la polizia di camminare davanti per controllare la velocità, direzione, ecc ..... tutto è pianificato in anticipo e deve essere approvato dalle autorità. e poiché i manifestanti sono pacifici, naturalmente non indossano gli elmetti ...
Io sono di Berlino e ho preso parte alle proteste blockupy a Francoforte. I ragazzi della polizia sono stati autorizzati a togliersi i caschi dai loro ufficiale, altri lo hanno fatto senza l'autorizzazione.
Essi non si sono uniti alla protesta,
non hanno lasciato la strada sgombra per noi.
Quello che vedete qui è una strategia tipica delle forze anti-sommossa tedesche: si sono presi cura di noi, percorrendo il nostro stesso percorso; se avessimo tentato di andare in un altro modo, avrebbero usato il loro potere per fermarci. Non sottovalutate il lavaggio del cervello che viene fatto a queste persone.
Anche se, in tanti volti di questi uomini di polizia, per lo più giovani e donne, si potrebbe leggere la loro scomodità. Ancora molti di loro eseguono gli ordini, non rendendosi conto che non c'è bisogno di seguire gli ordini se è contro i diritti umani, la legge o la propria dignità.
Benchè il post sia molto liberal, non posso fare a meno di pubblicare questa traduzione di uno scritto di un indignados belga sui fatti di Francoforte e la mistificazione italica, in cui pula e manifestanti siano scesi insieme per protestare contro le misure dell'UE. Voglio ricordare, che questo modus operandi della polizia antisommossa tedesca -descritta poc'anzi dalla Lundeberg- è praticata da TUTTE le cosiddette forze di polizia del mondo "civile" (cit. pattume giornalistico nostrano) o "del primo mondo" od "occidentale" (citazioni dei terzomondisti o capitalisti di Stato) (intro e tradotto NexuCo)
da Occupy Belgium
Come mai moltissima gente può cadere in questa trappola?
Questo viene smentito da tutti i partecipanti del Blockupy Francoforte, e non è semplicemente un fatto storico!
E spero che uscirà una dichiarazione del Blockupy Francoforte su di esso.
Questa è una bugia,! svegliati! La polizia protegge il flusso, non la gente, non i lavoratori, questo manifestazione è stato totalmente controllata con la forza della polizia e della tecnologia.
Non cadere nei sogni o illusioni de "il cambiamento sta arrivando" deve venire dal di dentro di tutti noi e dalle nostre scelte, con la nostra voce comune, non da una falsa foto -probabilmente photoshoppata- o dal fatto che la polizia si unisca con le persone.
La polizia si unisce con le persone quando decidono di essere persone.
Non ho nulla contro la polizia tedesca, in realtà mi sento molto più sicuro con quelli del Blockupy Francoforte o Parigi o Bruxelles o Barcellona, piuttosto che con la polizia; la polizia di Francoforte aveva tutto sotto controllo di ogni azione, ogni faccia che sembrava un "attivista" o "di sinistra" o manifestante o anti-capitalista.
Naturalmente i media e l'informazione mainstream hanno fatto festa con questa foto, portando del materiale falso e affermando semplicemente che: la polizia di Francoforte rispetta la legge sulla libertà di stampa.
Questo è tutto.
A Bruxelles, questi signori possono sentirsi molto più a disagio con il loro materiale, in quanto la più piccola azione dei dimostranti, viene repressa dalla polizia di Bruxelles (come spaccare i dispositivi di registrazione oppure confiscarli, prendendo le schede di memoria e usare il loro potere abusivo nel controllare le immagini).
Quindi questo post qui non è contro la polizia, è contro la falsa notizia, le false speranze, le false illusioni che possono diffondersi come un incendio sulla base di una bugia. E non sono sicuro che sia la migliore idea -usare quest'immagine- per raggiungere un cambiamento radicale sulla nostra società.
Altre info vedere qui (in inglese)
Stralcio da Motkraft
(traduzione approssimativa)
"Polisen har vid flera tillfällen säckat in grupper av demonstranter, i vissa fall gripit folk, i andra bara kört bort dem."
La polizia ha tentato ripetutamente di fermare i manifestanti o con l'arresto o scacciandoli semplicemente (18/05 - 17:46)
"Polisen försöker gå bredvid antikapblockets kedjor. Men omsvärmas eftersom demon hela tiden växer frän sidor o trottoar."
La polizia sta cercando di camminare accanto al blocco anticapitalista (antikapblockets) come una catena. E restano ai lati del marciapiede e di fronte a costoro. (19/5-12 15:09)
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Estratto dell'articolo "Maggioranza e Minoranza"
Noi non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non intendiamo sopportare imposizioni di alcuno.
Felicissimi di veder fare da altri quello che non potremo far noi, pronti a collaborare cogli altri in tutte quelle cose quando riconosciamo che da noi non potremmo far meglio, noi reclamiamo, noi vogliamo, per noi e per tutti la libertà di propaganda di organizzazione di sperimentazione
La forza bruta, la violenza materiale dell’uomo contro l’uomo deve cessare di essere un fattore della vita sociale.
Noi non vogliamo, e non sopporteremmo gendarmi, nè rossi, nè gialli, né neri. Siamo intesi?
[cit. Umanità Nova anno I, n 168, Milano il settembre 1920.]
Felicissimi di veder fare da altri quello che non potremo far noi, pronti a collaborare cogli altri in tutte quelle cose quando riconosciamo che da noi non potremmo far meglio, noi reclamiamo, noi vogliamo, per noi e per tutti la libertà di propaganda di organizzazione di sperimentazione
La forza bruta, la violenza materiale dell’uomo contro l’uomo deve cessare di essere un fattore della vita sociale.
Noi non vogliamo, e non sopporteremmo gendarmi, nè rossi, nè gialli, né neri. Siamo intesi?
[cit. Umanità Nova anno I, n 168, Milano il settembre 1920.]






